Vita e letteratura. Ma forse, come qualcuno – nei dintorni di Flaubert – scrisse con lucida “rassegnazione”, chi fa sul serio dovrebbe riconoscere l’inevitabile: l’una cosa, a questo mondo, “oppure” l’altra. L’esistenza, attraversata con tutto il suo carico di dolori e gioiosi positivi spiragli, può essere mediata purgandola del “superfluo” e raccontata per quanto ha di più essenziale, esemplare, sensato. Sì, è questo la letteratura: materia resistente. Ogni autore accetta il rischio di non cedere supinamente al flusso dell’uguale, giorno dopo giorno, né alla noia che dimora – calcificata – nei frammenti d’ogni insulso, mai trepido, gesto in fotocopia. E si può sperare nel bello solo se conserviamo “memoria” della morte, dello straziante addio che è nel conto, del “non lieto fine” già ricompreso in ogni nostro – dall’inizio – sicuro o incauto passo. Solo se non perdiamo di vista il peggiore dei “significati”. Ricca e insieme ...