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Una stagione, quella dell’autunno 2017, avara di piogge e caratterizzata da una persistente siccità protrattasi per lungo tempo che ha, ovviamente, influito negativamente sulla crescita fungina, deludendo i numerosi micofagi che sono stati, così, privati delle prede più ambite: ovoli e porcini. A questi consigliamo, al fine di rifarsi del mancato bottino, di rivolgere la propria attenzione, nel periodo del tardo autunno, sperando in un cambiamento di tendenza nella fruttificazione fungina, ad un fungo che, anche se non da tutti conosciuto, viene da sempre considerato ottimo commestibile: Infundibulycibe geotropa.

Secondo le acquisizioni più recenti della neuropsichiatria e dell’antropologia (F. Facchini, Evoluzione, uomo e ambiente, Torino 1988), sarebbe in atto, da alcuni decenni, a partire della seconda metà del secolo scorso, un’effettiva «mutazione antropologica» nel mondo occidentale, e soprattutto in Italia, causata dalla diffusione capillare della televisione e quindi dell’informatica (computer, smartphone ecc.), nonché dalla contestuale, e direttamente proporzionale, atrofizzazione dei tradizionali canali  della comunicazione scritta  (libri, giornali ecc.).

Non si tratta tanto della funzione diseducativa della televisione (affrontata da Pasolini, nei primi anni Settanta del secolo scorso e sempre attuale tuttavia), quanto di un evento di portata straordinaria che rischia di travolgere la nostra vita e i modelli culturali vigenti, compreso quelli della democrazia, della libertà, della dignità della personalità umana ecc.

Cosa ci rivela la sua grafia?

Balzato improvvisamente sulle pagine di tutti i giornali, nominato in tutti i notiziari europei e non solo, onnipresente sui social di cui ama servirsi, Carles Puigdemont è diventato un personaggio  che suscita molta curiosità e molti  interrogativi da parte dell’opinione pubblica su chi sia veramente e sulla bontà delle sue idee, delle sue aspirazioni e del suo operato. Lo strumento dell’analisi grafologica si rivela a volte prezioso in questo tipo di indagine  per riuscire a “scalfire”  la superficie del personaggio pubblico  e scoprire tra le righe quali siano realmente le strategie di vita, il tipo di intelligenza, la propensione all’azione, l’attenzione ai sentimenti, la capacità di leadership, l’affidabilità, ecc. de “l’uomo che ha fatto tremare la Spagna

“In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Si chiude con questa famosa citazione, diventata uno dei motti più conosciuti della lotta contro la mafia dopo gli anni delle stragi, il libro del giudice Giovanni Falcone e della giornalista Marcelle Padovani ‘Cose di Cosa Nostra’, edito da Rizzoli. Un testo che oggi all’indomani della morte di uno dei capi di Cosa Nostra, Salvatore Riina, merita di essere letto (o riletto) e approfondito.

Il saggio è frutto di venti interviste che la giornalista francese fece al magistrato palermitano tra il marzo e il giugno 1991, quasi un anno prima della strage di Capaci in cui Giovanni Falcone perse la vita con sua moglie, il magistrato Francesca Morvillo, e i tre agenti della scorta.

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Sono solito dire che quella che è mancata all’Italia è una Rivoluzione alla francese!

Non é sadismo, né amore per lo stragismo ed il terrorismo: chi mi conosce sa che sono un fermo assertore dei Valori del Discorso della Montagna del Cristo e del suo 70 volte 7, ma è pur vero che la sedimentazione di angherie, arretratezza, prepotenza, e chi più ne ha più ne metta, dei due millenni (scarsi) dopo la caduta dell’impero Romano ha alimentato la perdita di quella avanzata civiltà latina, e dei suoi valori, sublimati in simbiosi nella predicazione di Gesù, che spiega come, dove e quando questa nostra Italia si sia ridotta nello stato infimo in cui oggi versa a causa di una sovrastruttura storicamente consolidatasi non solo sulla iniqua struttura economica, ma soprattutto sulla cultura della prevaricazione istituzionalizzata: ed allora probabilmente la chirurgia di una rivoluzione di quella fatta appena invocata, se ci fosse stata, forse avrebbe rimesso oggi i ‘remi in barca’ della nostra ‘nave senza nocchiero in gran tempesta’.

Meglio prevenire che curare

In ogni burrone, torrente, fiumara, fiume deve fluire acqua chiara, possibilmente dopo essere stata utilizzata per produrre energia elettrica oppure per le varie esigenze della popolazione.

Se l'acqua è torbida o scorre trasportando materiale significa che vi sono stati scoscendimenti, frane, sconvolgimenti del territorio.  

Tutto ciò ovviamente per mancata stabilizzazione dei suoli collinari o montani mediante l'opportuno e oculato  impianto delle essenze arboree boschive  e forestali e la giusta annuale cura delle medesime essenze vegetali, ossia la scerbaura, il decespugliamento e la regolazione del deflusso idrico.

Si è svolta, con crescente entusiasmo e notevole partecipazione di pubblico, nei giorni di sabato 28 e domenica 29 ottobre 2017, la quarta edizione della “Festa delle cascate Ritrovate” nell’antico casale di Catarratti di Messina, ideata e gestita con lungimirante sagacia dal professor Piero Chillé, con il concorso del Movimento “Cià era – Uniti per la nostra vallata”, della Parrocchia S. Maria Annunziata e S. Giuseppe in Bisconte-Cataratti, dell’Associazione Socio-Culturale Ctg “Città di Messina” e di non poche personalità politiche, imprenditoriali e culturali, particolarmente sensibili alla causa della conservazione dei beni culturali e del loro giusto impiego, in una sana prospettiva di sviluppo turistico-economico della città dello Stretto e del suo ricchissimo entroterra. Hanno, in ispecie, collaborato: il Dipartimento Regionale di Protezione Civile della Sicilia Nord Orientale, l’Assessorato Comunale Protezione Civile di Messina, l’ing. Antonino Rizzo, Esperto del Sindaco di Messina, i dottori Rubino, Monaco e De Naro, geologi esperti del territorio, i Volontari dell’Associazione “Puliamo Messina” e della “Comunità FARO”, il dott. Davide Lupica dell’Associazione Fotografi Naturalisti Italiani di Messina.

Comunemente noto e conosciuto come “Fungo dell’esca” fino dai tempi più remoti, deve tale denominazione volgare all’uso comune da parte dell’uomo primitivo, che lo utilizzava, grazie alla sua facile infiammabilità, come esca per accendere il fuoco, utilizzando il primo strato di sostanza, quello posto tra la superficie crostosa del cappello ed i tubuli, opportunamente trattato, avvicinandolo alle scintille scaturite dallo sfregamento della cosiddetta “pietra focaia”.

Alcuni amici, nell’osservare, su Facebook, la mia pagina di copertina in cui figuro sorridente accanto a Maria Costa, mi chiedono di parlare ancora della grande poetessa dello Stretto, da poco scomparsa.

Epperò, dirò subito che Maria Costa era certamente messinese, ma, in ispecie, cittadina della Riviera Nord di Messina (che non è un mondo a sé né un paradiso terrestre, ma una realtà socio-culturale ben definita): veniva dalle barche, non – con rispetto parlando – dai salotti; conosceva bene, lo «sciroccu», il «ventu cavaleri», il «maistrali», la «lupatina, la «tramuntana, il «livanti», la «scinnenti», la «muntanti»,  la «pignatedda» che «bugghiva patati», la «brogna»,  le «bracere», i «fumenti»,  le vecchie «chi filavanu la lana», i «rinninuni», il «piscispadu», il «luvarottu», la «ciciredda», la «ncioarina», i «peddisquatra», i «cavuliceddi», l’«aspareddu  ntô bucali», il «friddu chi vi tagghiava a facci», i «maistri di nassa»; mostrava, con quel suo busto eretto, la fierezza delle donne dei marinai; parlava la lingua diretta, senza sdolcinature, senza eufemismi e senza ipocrisie moralistiche, della gente di mare; aveva il dono dell’ironia leggera e sorridente che rende meno amara la vita alla gente di mare; gettava ponti, come la gente di mare, e non costruiva muri tra sé e gli altri; guardava avanti, come la gente di mare, anche quando rievocava volti, fatti, eventi del passato.

20 anni di scelte coraggiose, dalla denuncia contro i boss di Brancaccio a Palermo che lo avevano schiavizzato con le continue richieste di pizzo e quella forse più decisiva, vivere da uomo libero la sua condizione di testimone di giustizia.
Innocenzo Lo Sicco, imprenditore edile palermitano, rivendica le sue scelte e il diritto non solo di camminare a testa alta e a viso scoperto, ma anche di far sapere che chi denuncia le mafie “Ha vinto”. “Se hai avuto il coraggio di sfidare e vincere la mafia, come io ho fatto, allora ne devi essere orgoglioso”, afferma con convinzione Lo Sicco che Giuseppe D’Avanzo, in un’intervista del giugno 1997 su La Repubblica, ribattezza come l’ ‘uomo chiamato Palermo’....

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Cos’e pazz: vivo in una città dove non c’è intellettuale, professionista poeta, artista, giornalista, panettiere, negoziante, barbiere, salumaio che non si ritenga infallibile e non ostenti amore smodato di sé nonché disprezzo per i “concorrenti”; purtroppo, a me capita -  non spesso ma talvolta, sì - di mostrare la mia fralezza (poet.) d’uomo, ontologicamente limitato come tutti gli esseri umani, e di ammettere i miei errori:  per distrazione, disinformazione o altro, ma errori tuttavia. Devo prenderne atto: sono strano, in questa città di (presunti) giganti.

L’olivo (Olea europea sativa L.) e l’olio d’oliva hanno sempre avuto grande importanza nella vita dell’uomo e nell’economia di molti popoli, essendo l’olivo un bene di grande valore ambientale l’olio extravergine d’oliva un primario bene alimentare e terapeutico oltre che elemento di rituali religiosi

Rhodotus palmatus  (Bull.: Fr.) Maire 1926

Un piccolo macromicete dall’aspetto accattivante, pittoresco ed inconfondibile, dai colori rosa-albicocca intensi, ritenuto, considerate le pochissime segnalazioni del suo ritrovamento, alquanto raro e addirittura, in alcune nazioni europee, in fase di estinzione tanto da essere inserito nella Red List delle specie a rischio. La sua presenza e distribuzione nel territorio è strettamente legata al substrato di crescita: l’olmo.

Angolo nascosto che si apre al mondo

Amo viaggiare. Non appartengo alla categoria di coloro che partono informatissimi sui luoghi da visitare e magari spuntano ogni luogo visto e calpestato  elencando i visti sul proprio passaporto. A volte dimentico anche i nomi dei luoghi visitati. Mi piace semplicemente errare e utilizzare i cinque sensi che abbiamo la fortuna di possedere per assorbire tutto ciò che incontro sul mio percorso. Prediligo la  gente e i volti, gli angoli nascosti e meno noti, che ritengo più veri e rivelatori di differenti modi di esistere e di “calpestare” il nostro pianeta. La mia ultima zingarata mi ha portato in  Albania, un paese che si è rivelato un miscuglio di culture e di religioni che convivono senza attrito apparente.