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Una specie rarissima ritrovata sui Monti Peloritani

 

Articolo pubblicato su “MicoPonte” Bollettino del Gruppo Micologico Massimiliano Danesi – Ponte a Moriano (LU). Anno 2019 n. 12: 27-33

 

Premessa

Ancora una volta la complessa biodiversità dell’ambiente boschivo peloritano regala, agli studiosi di micologia ed a quanti altri operano nel settore a vario titolo, un ritrovamento di tutto rispetto: una specie fungina appartenente al genere Amanita, sottogenere Amanitina, sezione Phalloideae; ritenuta, per gli sporadici ritrovamenti segnalati nell’intero globo terrestre, specie rarissima: Amanita porrinensis, un funghetto dall’aspetto gracile e dalle dimensioni minute che per le particolari caratteristiche morfo-strutturali e cromatiche risulta facilmente riconoscibile per quanti, ovviamente, hanno buone conoscenze nel campo della micologia. Si tratta di un fungo basidiomicete, di piccole-medie dimensioni, molto raro del quale si conoscono, con riferimento a quanto riportato in letteratura, sporadici ritrovamenti tanto da potere essere considerato “ricercato” e, al contempo, dopo misteriose e fugaci apparizioni, ancora una volta, come sempre, “latitante” e nuovamente “ricercato”.

Premessa

Nella nostra esperienza micologica, riprendendo un pensiero più volte manifestato, abbiamo avuto modo di constatare che ogni volta che si parla di funghi in presenza di persone poco addentrate nelle problematiche connesse alla micologia, nella loro mente viene a formarsi l’immagine virtuale di un piatto di tagliatelle ai funghi porcini o di una bella insalata di “ovoli”, accoppiando a queste “succulente visioni” l’idea di un fungo morfologicamente ben strutturato che, nell’immaginario collettivo, viene concretizzato con cappello e gambo, così come, nella generalità dei casi, stante al proprio vissuto quotidiano, si è soliti ritenere che tutti i funghi siano formati.

Un mondo a parte…quello delle “micene” che ci trasporta nell’immaginario fiabesco dove innumerevoli specie fungine dalle piccole e ridotte dimensioni, dall’aspetto fragile, minuto, dai colori spesso sgargianti, sorrette da un lungo ed esile gambo, si fondono, in perfetta armonia, viaggiando sempre sulle ali della fantasia, con immaginari piccoli esseri viventi quali gnomi, elfi e fatine dall’aspetto a volte buffo, a volte elegante ed accattivante dando vita alle fantastiche storie cui la fumettistica moderna ci ha, ormai da tempo, abituati.

Due fatti colpiscono immediatamente e simultaneamente il lettore de I leoni di Sicilia di Stefania Auci: I) l’assoluto realismo della narrazione; II) l’estrema leggibilità del testo. Ed è pure prevedibile che qualche raffinatissimo collega storca il naso di fronte a un linguaggio del tutto immune da «ardui» sperimentalismi lessicali e di fronte al racconto fluido di eventi, magari drammatici, ma estranei a certe tortuosità tipiche della letteratura novecentesca. Può anche darsi che, con questi chiari di luna, il romanzo della Auci venga considerato «un’opera retro», un “passo indietro” rispetto agli alti traguardi darrighiani, consoliani e camilleriani della narrativa nostrana, per restare in Sicilia.

Un piccolo basidiomicete a larga diffusione territoriale, con crescita tipicamente lignicola che nella conformazione strutturale, con particolare riferimento all’intreccio ed alla decorrenza lamellare, ma non solo, riporta alla mente la bellezza dei merletti di pizzo pazientemente ricamati dalla nonna con precisione micrometrica ed ammirati da tutte le amiche, ci fornisce lo spunto per questa nuova “Riflessione Micologica”: Schizophillum commune che generalmente, nel periodo del suo pieno vigore, attrae l’attenzione e la curiosità di quanti, addentrandosi nel bosco ed incontrandolo, hanno il piacere di bearsi della sua visione ammirandolo sui tronchi privi di vita, è solito riprodursi solitario o in numerosi esemplari sulle ceppaie in decomposizione di svariate culture arboree di latifoglie e di aghifoglie.

Accade, a volte, dopo una infruttuosa “mico-gastronomica” ricerca di prelibati ovoli e porcini andata buca, seppur la stagione sia delle migliori e la fruttificazione fungina abbondante come mai, a causa dei numerosi “mico-predatori” che ci hanno preceduto nella ricerca privando noi ritardatari del bottino sperato, che un piccolo e apparentemente insignificante funghetto, privo, senza ombra di dubbio, di valore gastronomico, facendo capolino in vari esemplari dai colori lucidi e vivaci tra l’erbetta ai margini del bosco, ci ripaga abbondantemente della infruttuosa ricerca e della mancata raccolta fungina stimolando la nostra “curiosità micologica” che, trovandosi alla presenza di una specie poco incontrata ed assente nella nostra galleria fotografica, ci spinge ad approfondire le nostre conoscenze in merito: Hygrocybe acutoconica un simpatico ed attraente basidiomicete che trova collocazione nella Famiglia delle Hygroforaceae nella quale vengono ospitate numerose specie fungine, generalmente terricole, di piccole, medie o grandi dimensioni con crescita simbionte con varie colture arboree o con crescita lignicola (unica specie europea conosciuta: Hygrophorus pleurotoides) [Galli, 2014].

Strano ma vero…!

I funghi, quei simpatici esserini che popolano, specialmente nel periodo autunnale, ma non solo, le aree boschive attirando la curiosità “mangereccia” dei numerosi “funciari”, sono soliti crescere sui substrati più vari, diversificati e strani. Generalmente si legano in simbiosi con svariate colture arboree ed arbustive affacciandosi dal substrato erboso del sottobosco ed assumendo, in tal caso, la conformazione di funghi “terricoli”; molto spesso, anche, si affacciano dalla corteccia degli alberi ancora in vita o in fase di decomposizione, assumendo, in tal altro caso, la conformazione di funghi “lignicoli”; ed ancora, strano ma vero, prediligono fruttificare e riprodursi su escrementi animali ed in tal caso vengono etichettati come funghi “fimicoli” (1) 

(Nuova stesura)

Puntuali, con l’arrivo dell’autunno e delle prime piogge, i “funciari” (cercatori di funghi), si riversano, fin dalle prime luci dell’alba, nei boschi alla ricerca di quei curiosi “esserini” che, in questo periodo, popolano le aree boschive.

Da sempre apprezzati in cucina per il loro particolare sapore, i funghi catturano l’attenzione di quanti vogliono coniugare il piacere di una sana e salutare passeggiata nei boschi con l’appagamento dei sensi del gusto.

E’ stato da sempre ritenuto, anche se in maniera erronea, un ottimo commestibile tanto da attirare le attenzioni dei numerosi ricercatori-micofagi che durante la stagione propizia erano, e sono ancora, soliti recarsi nei boschi alla sua ricerca.

E’ormai unanimemente appurato dalla totalità dei micologi e dagli studiosi di micotossicologia, che si tratta di un fungo tossico che ha causato, e continua a causare, numerosi ricoveri ospedalieri conseguenziali al suo consumo, tanto da essere cancellato dalle liste regionali dei funghi commestibili.

Autunno 2018: nuova e ricca stagione su tutto il territorio nazionale per la produzione fungina. Il protocollo, ormai divenuto classico, si ripete, come ogni anno, nei minimi particolari: i “funciari” (raccoglitori di funghi), cestino, bastone e scarponi, “sciamano” a centinaia nei boschi alla ricerca delle prelibatezze stagionali: “ovoli” e “porcini”, dimenticando le più elementari norme relative alla raccolta ed al consumo dei “nostri amici del bosco”, “deliziandosi” con la ricerca indiscriminata di quanto, nascosto tra le foglie del sottobosco, si presenta con la classica forma del fungo e, quindi, potenzialmente utile per dare un tocco di classe alla tavola per il pasto serale a fine giornata. Il protocollo si ripete, purtroppo, anche per le conseguenze spesso spiacevoli ed irreversibili verso le quali numerosi incauti raccoglitori vanno incontro: “Rocca di Papa, famiglia avvelenata dai funghi: morti i due nonni, gravi altri tre…” la notizia diffusa via web da “il giornale.it” oggi, 14 settembre 2018, addita, ancora una volta, come responsabile del grave episodio, ponendola sul “banco degli imputati”, la solita Amanita phalloides un fungo mortale dall’aspetto elegante e dalle caratteristiche morfocromatiche particolari che ne fanno una specie di facile riconoscimento e non confondibile, almeno in teoria e per quanti hanno acquisito una minima competenza nel riconoscimento dei funghi, con altre specie fungine.

Una nuova specie siciliana dal portamento “demoniaco”

Articolo pubblicato su “MicoPonte” n. 11 Anno 2018

Introduzione

Ancora una volta la bella terra di Sicilia si rende protagonista di un ritrovamento eccezionale che porta la firma, come primo raccoglitore e coautore, del noto micologo di “casa nostra” Gianrico Vasquez(1); si tratta di un boleto dai colori “fiammeggianti” presentato ufficialmente al mondo scientifico internazionale il 4 maggio 2017, dalle pagine della prestigiosa rivista americana “Fungal Diversity”. Le caratteristiche morfocromatiche generali che lo accomunano, nell’aspetto complessivo, al noto Rubroboletus satanas ed alle altre specie del gruppo, conferendogli un portamento a dir poco “demoniaco”, unitamente ad una serie di fortuite coincidenze, come, ad esempio, il luogo del suo ritrovamento, hanno consentito alla equipe di studio formata dai micologi internazionali G. Vasquez, G. Simonini, T.Y. Svetasheva, M. Miks̆ìk e A. Vizzini, di posizionarlo adeguatamente nel genere Rubroboletus e di attribuirgli, dopo anni di studio, il calzante nome di Rubroboletus demonensis.

“La dignità non si compra, si conquista e si difende”. Sono le parole di un imprenditore calabrese che sta denunciando in un’aula di tribunale i suoi aguzzini, uomini della ‘ndrangheta reggina che lo minacciavano ed estorcevano. E questo è anche uno dei passaggi del libro ‘Questione di rispetto’, Rubbettino Editore, in cui l’autore il giornalista Giuseppe Baldessarro racconta la storia di Gaetano Saffioti, imprenditore di Palmi e testimone di giustizia dal 2002.

E’ la storia umana e giudiziaria di un uomo che, di fronte alla prepotenza della ‘ndrangheta che lo aveva privato della sua vita e del suo lavoro, denuncia i suoi aguzzini che lo stritolavano con pizzo e minacce. “Volevo capire il percorso che lo aveva portato alla denuncia, e attraverso le carte delle inchieste e i racconti che lui fa emerge un percorso di consapevolezza – spiega l’autore, Giuseppe Baldessarro giornalista di La Repubblica – Scatta qualcosa quando si comincia a rendere conto che qualcosa può succedere: può succedere che lo ammazzano, può succedere che lo arrestano, può succedere che gli fanno saltare l’azienda. Può succedere qualsiasi cosa”.

Nel 1548 a Messina nasce il “Primum ac Prototypum Collegium Societatis Jesu” inizio dell’Università cittadina

 

Premessa

Con questo breve saggio si intende affrontare, per gli aspetti essenziali, gli avvenimenti relativi alla nascita dello Studium di Messina e alla presenza in città della Compagnia di Gesù dal 1548 che ne determinò i presupposti con il suo Collegium prototypum. Si intende così consentire al lettore interessato all’argomento di acquisire elementi d’informazione su quegli avvenimenti gloriosi per la città di allora, perché possano essergli di stimolo per ulteriori conoscenze sul rapporto culturale e istituzionale istauratosi in quegl’anni tra Messina e l’Ordine dei gesuiti e lungo quella complessa collaborazione, seguire la nascita dell’Università.

Lentinus tigrinus

Un fungo dall’aspetto tipicamente “tigroso” per il quale, a ragion veduta, ha origine il suo nome scientifico. Nonostante sia dotato di imenoforo a lamelle, viene stranamente inserito nell’ordine Polyporales nel quale sono tipicamente ospitati funghi con imenoforo a tubuli e pori.

Lentinus tigrinus, protagonista della nostra “Riflessione Micologica”, presenta un caratteristico portamento pleurotoide che, a prima vista, può facilmente orientare la determinazione degli esemplari verso le specie appartenenti al genere Pleurotus, dalle quali differisce per alcune tipicità come, ad esempio, la conformazione del filo lamellare che è caratterizzato da un andamento dentellato che è specificatamente indicativo del genere Lentinus; la presenza sul cappello e sul gambo di numerose squamette di colore nerastro; il residuo del velo parziale che, nei giovani esemplari, si presenta sotto forma di cortina posizionata nella zona apicale del gambo.