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Messina tra seicento e settecento (1)

La città di Messina fin dal XII secolo aveva saputo conquistarsi una condizione di quasi indipendenza all’interno dei Regni di cui era stata parte. Con il fallimento della avventata, ma forse inevitabile ribellione degli anni 1674-78 contro la Spagna, di cui non si erano calcolate fino in fondo le possibili conseguenze, la città subisce una pesantissima repressione da parte della corona spagnola. Madrid decide di mettere fine con la forza alle frequenti e forse ormai anacronistiche pretese autonomistiche messinesi, dando così pure un monito anche alle altre città siciliane per prevenirne possibili future iniziative per sottrarsi al suo controllo. I provvedimenti messi in atto sono gravissimi, Messina, di conseguenza, subisce una grave involuzione politica, demografica ed economica non più pienamente superata negli anni successivi. La Spagna agisce sia sul sentimento dell’intera comunità per mortificarne l’orgoglio patriottico, sia, in particolare, sul ceto dirigente limitando la sua autonomia decisionale sul governo della città, ma pure riducendo i commerci e i traffici del porto, fonti principali del reddito, con nuove restrizioni fiscali per impoverire l’intera città e così ostacolare progetti di nuove pretese.

Hygrophorus marzuolus

Particolarmente apprezzato e ricercato per le sue qualità organolettiche che lo rendono molto versatile per l’utilizzo in cucina, è solito fare la sua apparizione nel periodo in cui l’inverno si lascia lentamente sostituire dalle belle giornate primaverili, nascondendosi, a volte anche in profondità, tra le zolle terrose e le foglie secche nei boschi misti o puri di latifoglie ed aghifoglie che, in tale specifico periodo dell’anno, sono ancora caratterizzati dalla presenza di numerose chiazze di neve che lentamente, giorno dopo giorno, vanno sciogliendosi al calore della imminente primavera. 

Omphalotus olearius – Foto Franco Mondello

Tra le meraviglie che il “Regno dei Funghi” è solito regalare a quanti, anche se con interessi diversi, si recano abitualmente nei boschi alla ricerca di esemplari fungini, riteniamo che un posto di primo piano debba essere riservato, senza ombra di dubbio, al protagonista della nostra nuova “Riflessione Micologica” che solitamente esercita una forte attrazione nei confronti di quanti incontrandolo restano affascinati dai suoi meravigliosi e sgargianti colori e dalla sua abbondante crescita su diverse essenze arbore: Omphalotus olearius, comunemente conosciuto come “Fungo dell’olivo”, specie tossica, è responsabile di numerosi ricoveri ospedalieri conseguenti al suo incauto consumo dovuto alla somiglianza, anche se, ad onore del vero, molto vaga, con il commestibile Cantharellus cibarius e le specie affini che, in ogni caso, presentano caratteristiche morfocromatiche molto differenti e possono essere confuse solo dai meno esperti e dai più “ingordi”.

Tricholoma portentosum – Foto Franco Mondello

Tricholoma portentosum (Fr. : Fr.) Quél. (1873)E’ il tipico fungo del periodo tardo autunnale che vuole ricordare con la propria presenza l’imminente chiusura della stagione micologica. Fa la sua apparizione nel bosco ad autunno inoltrato, praticamente nascosto tra i numerosi cascami fogliari ormai abbondanti per il rapido incedere della stagione, attirando numerosi cercatori che, conoscendolo, lo apprezzano per le ottime qualità organolettiche che lo rendono protagonista di numerose preparazioni mico-gastronomiche: Tricholoma portentosum, conosciuto e ricercato su tutto il territorio nazionale, è una specie fungina che si lega in associazione simbiotica a diverse colture arboree preferendo, in ogni caso, ma non solo, quelle a struttura fogliare aghiforme. La sua ricerca, visto che ama “giocare a nascondino” rifugiandosi sotto l’ormai spesso manto fogliare, richiede molta esperienza, pazienza e delicatezza per poterlo individuare e raccogliere senza che venga danneggiato, cosa molto probabile data la fragilità della sua carne. Viene posizionato, anche se in maniera informale con l’intento di fornire a quanti si avvicinano allo studio del Genere una chiave di determinazione facilitata, nel “Gruppo dei “Tricholoma grigi”.(1)

Capita spesso a quanti amano passeggiare a contatto con la natura inoltrandosi nei boschi nel periodo autunno-invernale, di incontrare, piacevolmente, funghi di notevoli dimensioni e facilmente individuabili che si ergono, in tutta la loro imponenza ed il loro accattivante aspetto, tra le sterpaglie e le foglie morte del sottobosco. Si tratta di funghi ben strutturati, caratterizzati dalle notevoli dimensioni che generalmente raggiungono e da un lungo gambo che sorregge, in posizione centrale, un largo cappello ricoperto di squame. 

 

Una specie rarissima ritrovata sui Monti Peloritani

 

Articolo pubblicato su “MicoPonte” Bollettino del Gruppo Micologico Massimiliano Danesi – Ponte a Moriano (LU). Anno 2019 n. 12: 27-33

 

Premessa

Ancora una volta la complessa biodiversità dell’ambiente boschivo peloritano regala, agli studiosi di micologia ed a quanti altri operano nel settore a vario titolo, un ritrovamento di tutto rispetto: una specie fungina appartenente al genere Amanita, sottogenere Amanitina, sezione Phalloideae; ritenuta, per gli sporadici ritrovamenti segnalati nell’intero globo terrestre, specie rarissima: Amanita porrinensis, un funghetto dall’aspetto gracile e dalle dimensioni minute che per le particolari caratteristiche morfo-strutturali e cromatiche risulta facilmente riconoscibile per quanti, ovviamente, hanno buone conoscenze nel campo della micologia. Si tratta di un fungo basidiomicete, di piccole-medie dimensioni, molto raro del quale si conoscono, con riferimento a quanto riportato in letteratura, sporadici ritrovamenti tanto da potere essere considerato “ricercato” e, al contempo, dopo misteriose e fugaci apparizioni, ancora una volta, come sempre, “latitante” e nuovamente “ricercato”.

Premessa

Nella nostra esperienza micologica, riprendendo un pensiero più volte manifestato, abbiamo avuto modo di constatare che ogni volta che si parla di funghi in presenza di persone poco addentrate nelle problematiche connesse alla micologia, nella loro mente viene a formarsi l’immagine virtuale di un piatto di tagliatelle ai funghi porcini o di una bella insalata di “ovoli”, accoppiando a queste “succulente visioni” l’idea di un fungo morfologicamente ben strutturato che, nell’immaginario collettivo, viene concretizzato con cappello e gambo, così come, nella generalità dei casi, stante al proprio vissuto quotidiano, si è soliti ritenere che tutti i funghi siano formati.

Un mondo a parte…quello delle “micene” che ci trasporta nell’immaginario fiabesco dove innumerevoli specie fungine dalle piccole e ridotte dimensioni, dall’aspetto fragile, minuto, dai colori spesso sgargianti, sorrette da un lungo ed esile gambo, si fondono, in perfetta armonia, viaggiando sempre sulle ali della fantasia, con immaginari piccoli esseri viventi quali gnomi, elfi e fatine dall’aspetto a volte buffo, a volte elegante ed accattivante dando vita alle fantastiche storie cui la fumettistica moderna ci ha, ormai da tempo, abituati.

Due fatti colpiscono immediatamente e simultaneamente il lettore de I leoni di Sicilia di Stefania Auci: I) l’assoluto realismo della narrazione; II) l’estrema leggibilità del testo. Ed è pure prevedibile che qualche raffinatissimo collega storca il naso di fronte a un linguaggio del tutto immune da «ardui» sperimentalismi lessicali e di fronte al racconto fluido di eventi, magari drammatici, ma estranei a certe tortuosità tipiche della letteratura novecentesca. Può anche darsi che, con questi chiari di luna, il romanzo della Auci venga considerato «un’opera retro», un “passo indietro” rispetto agli alti traguardi darrighiani, consoliani e camilleriani della narrativa nostrana, per restare in Sicilia.

Un piccolo basidiomicete a larga diffusione territoriale, con crescita tipicamente lignicola che nella conformazione strutturale, con particolare riferimento all’intreccio ed alla decorrenza lamellare, ma non solo, riporta alla mente la bellezza dei merletti di pizzo pazientemente ricamati dalla nonna con precisione micrometrica ed ammirati da tutte le amiche, ci fornisce lo spunto per questa nuova “Riflessione Micologica”: Schizophillum commune che generalmente, nel periodo del suo pieno vigore, attrae l’attenzione e la curiosità di quanti, addentrandosi nel bosco ed incontrandolo, hanno il piacere di bearsi della sua visione ammirandolo sui tronchi privi di vita, è solito riprodursi solitario o in numerosi esemplari sulle ceppaie in decomposizione di svariate culture arboree di latifoglie e di aghifoglie.

Accade, a volte, dopo una infruttuosa “mico-gastronomica” ricerca di prelibati ovoli e porcini andata buca, seppur la stagione sia delle migliori e la fruttificazione fungina abbondante come mai, a causa dei numerosi “mico-predatori” che ci hanno preceduto nella ricerca privando noi ritardatari del bottino sperato, che un piccolo e apparentemente insignificante funghetto, privo, senza ombra di dubbio, di valore gastronomico, facendo capolino in vari esemplari dai colori lucidi e vivaci tra l’erbetta ai margini del bosco, ci ripaga abbondantemente della infruttuosa ricerca e della mancata raccolta fungina stimolando la nostra “curiosità micologica” che, trovandosi alla presenza di una specie poco incontrata ed assente nella nostra galleria fotografica, ci spinge ad approfondire le nostre conoscenze in merito: Hygrocybe acutoconica un simpatico ed attraente basidiomicete che trova collocazione nella Famiglia delle Hygroforaceae nella quale vengono ospitate numerose specie fungine, generalmente terricole, di piccole, medie o grandi dimensioni con crescita simbionte con varie colture arboree o con crescita lignicola (unica specie europea conosciuta: Hygrophorus pleurotoides) [Galli, 2014].

Strano ma vero…!

I funghi, quei simpatici esserini che popolano, specialmente nel periodo autunnale, ma non solo, le aree boschive attirando la curiosità “mangereccia” dei numerosi “funciari”, sono soliti crescere sui substrati più vari, diversificati e strani. Generalmente si legano in simbiosi con svariate colture arboree ed arbustive affacciandosi dal substrato erboso del sottobosco ed assumendo, in tal caso, la conformazione di funghi “terricoli”; molto spesso, anche, si affacciano dalla corteccia degli alberi ancora in vita o in fase di decomposizione, assumendo, in tal altro caso, la conformazione di funghi “lignicoli”; ed ancora, strano ma vero, prediligono fruttificare e riprodursi su escrementi animali ed in tal caso vengono etichettati come funghi “fimicoli” (1) 

(Nuova stesura)

Puntuali, con l’arrivo dell’autunno e delle prime piogge, i “funciari” (cercatori di funghi), si riversano, fin dalle prime luci dell’alba, nei boschi alla ricerca di quei curiosi “esserini” che, in questo periodo, popolano le aree boschive.

Da sempre apprezzati in cucina per il loro particolare sapore, i funghi catturano l’attenzione di quanti vogliono coniugare il piacere di una sana e salutare passeggiata nei boschi con l’appagamento dei sensi del gusto.

E’ stato da sempre ritenuto, anche se in maniera erronea, un ottimo commestibile tanto da attirare le attenzioni dei numerosi ricercatori-micofagi che durante la stagione propizia erano, e sono ancora, soliti recarsi nei boschi alla sua ricerca.

E’ormai unanimemente appurato dalla totalità dei micologi e dagli studiosi di micotossicologia, che si tratta di un fungo tossico che ha causato, e continua a causare, numerosi ricoveri ospedalieri conseguenziali al suo consumo, tanto da essere cancellato dalle liste regionali dei funghi commestibili.