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Se vi dicessero che per tutta la vita, ogni anno (ripeto, ogni anno!), dovrete lavorare più dell’anno precedente, pena il licenziamento in tronco o la dichiarazione di fallimento; che anzi le generazioni successive alla vostra dovranno continuare sulla stessa falsariga, partendo dall’ultimo vostro record, cosa vi verrebbe da pensare? Che è una cosa aberrante, immagino.

Un basidiocarpo di medie dimensioni che si lascia facilmente notare per il colore totalmente giallo che gli conferisce un aspetto particolarmente attraente che contrasta apertamente con l’odore solforoso, intenso e repellente: Tricholoma sulphureum é solito fruttificare nel periodo autunnale, in forma singola o gregaria, indifferentemente nei boschi di conifere e latifoglie, viene posizionato, anche se in maniera informale con l’intento di fornire a quanti si avvicinano allo studio del genere una chiave di determinazione facilitata, nel “Gruppo dei “Tricholoma gialli”.(1)

Volendo mantenere l’impegno assunto con la nota Alluvioni e lacrime di coccodrillo pubblicata su questo stesso sito, ripropongo una sintesi della recensione del mio libro sulle alluvioni storiche di Messina apparsa su LItalia Forestale e Montana, periodico edito dall’Accademia Italiana di Scienze Forestali di Firenze. E ciò prima che arrivi la buona stagione, quando il tema entrerà in letargo e saranno solo un ricordo i nubifragi che a ottobre e novembre di quest’anno hanno messo a soqquadro buona parte della Sicilia, con danni incalcolabili all’agricoltura e a molti centri abitati, e l’immancabile tributo di vite umane. Salvo a svegliarci di soprassalto, increduli come fosse la prima volta, all’arrivo delle prossime piogge autunnali, e dare inizio ai soliti riti: “una pioggia così violenta non si era mai vista”, “a memoria d’uomo non si ricorda una cosa del genere” e così via (faccio osservare che la provincia di Messina solo per caso è stata coinvolta di striscio dagli eventi atmosferici ora ricordati: si può immaginare cosa sarebbe accaduto se fosse stata investita alla stessa stregua di Catania, Randazzo, Scordia, Augusta, Sciacca, Termini Imerese, …). 

Il 13 novembre scorso si è chiusa a Glasgow (Scozia) la così detta COP26, la Conferenza Onu sull’emergenza climatica che ha visto la partecipazione di ben 197 Stati di tutti i continenti. L’intesa, faticosamente raggiunta dopo 15 giorni di intenso dibattito e di forti polemiche, contiene linee guida tendenti al raggiungimento dell’obiettivo minimo, già fissato a Parigi nel 2015, di limitare il riscaldamento globale, rispetto ai livelli preindustriali, a non più di 1,5 gradi centigradi entro il 2100: risultato considerato dai più assai deludente, tenuto conto che l’auspicio era quello di raggiungere tale meta non oltre il 2050, data che avrebbe anche dovuto sancire la messa al bando in tutto il pianeta dell’uso delle energie fossili (a quanto si apprende, all'ultimo momento, con l'ausilio della Cina, l'India è riuscita a posticipare tale traguardo dal 2050 al 2100). I più ottimisti osservano tuttavia che, con tutti i suoi limiti, la Conferenza ha avuto anche aspetti positivi, avendo riconosciuto la necessità di assicurare un adeguato sostegno ai Paesi vulnerabili sotto l’aspetto climatico e posto le basi per raggiungere accordi più concreti già l’anno prossimo, quando a Sharm El-Sheikh, in Egitto, avrà luogo la COP27. Una cosa sembra certa in ogni caso: i tempi della politica sono tremendamente lenti rispetto alle necessità messe in luce dalla scienza.

Ogni volta è la solita storia. Di fronte agli immani disastri provocati alle campagne dalle esondazioni dei nostri corsi d’acqua, magari dormienti per decenni, e alle strade cittadine diventate torrenti, che tutto invadono e travolgono, scendono in campo i soliti noti a invocare l’eccezionalità dei fenomeni, (a loro dire) mai verificatisi prima e dunque imprevisti e imprevedibili: chiedendo un minuto dopo lo stato di necessità e l’assegnazione d’ingenti somme da parte dello Stato, cioè di tutti noi. 

di Angelo Miceli & Carmelo Di Vincenzo.

Non sempre i funghi, come nell’immaginario collettivo si è soliti ritenere, si presentano nella classica conformazione strutturale che li identifica formati da cappello e gambo ben definiti. Spesso, anzi molto spesso, si presentano nelle forme più strane tanto che difficilmente vengono riconosciuti come tali da quanti hanno poca dimestichezza con il meraviglioso, immenso, affascinante ed intricato “Regno dei Funghi”.

Di Angelo Miceli e Carmelo Di Vincenzo

 

Sembra ormai assodato, da diversi anni a questa parte, che alcune specie fungine originarie da aree tropicali e/o subtropicali abbiano iniziato, con successo, una forma di trasmigrazione verso le regioni del mediterraneo ove, come dimostrano vari ritrovamenti, hanno trovato un habitat ideale alla loro fruttificazione. Ricordiamo, tra i nostri precedenti ritrovamenti, a mero titolo indicativo, Amylosporus campbellii (Berk.) Ryvarden (1977) [Cfr. Miceli et al., 2020] Inonotus rickii (Pat.) D.A. Reid (1957) [Miceli & Di Vincenzo in fase di pubblicazione]; Leucocoprinus fragilissimus (Ravenel ex Berk. & MA Curtis) Pat., (1900) [Miceli & Di Vincenzo in fase di pubblicazione] ai quali si unisce, oltre alle numerose specie fungine oggetto di ritrovamento da parte di altri studiosi di micologia, l’ultimo, in ordine di tempo, recente nostro ritrovamento di Leucocoprinus flos-sulphuris, protagonista del nostro nuovo contributo micologico.

Specie molto comune che è solita fruttificare tra il periodo primaverile e l’autunno inoltrato nei pascoli e nei terreni incolti. Inizialmente inserita nel Genere Volvariella(1) con la denominazione specifica di Volvariella gloiocephala, è stata riposizionata, a seguito indagini di natura filogenetico-molecolare che hanno evidenziato una maggiore affinità di caratteri con le specie appartenenti al Genere Pluteus (2), nel Genere Volvopluteus, appositamente creato in epoca relativamente recente.

 

Sono iniziate da oltre un mese le vacanze estive per gli 8,3 milioni (dati MIUR) di studenti italiani. Una normale pausa estiva che arriva dopo un altro anno scolastico caratterizzato per molti dalla DAD, la didattica a distanza. 

Una sosta estiva, lunga circa tre mesi, in cui anche il dibattito sulle tante condizioni di inadeguatezza delle scuole si spegne. Salvo riaprirsi, in fretta e furia, poco prima del rientro di bambini e ragazzi nelle aule. Una routine organizzativa che, già prima della pandemia da Covid-19, costringe ogni anno la comunità scolastica, per settimane, ad iniziare la didattica con carenza di insegnanti nelle classi, anche nel ruolo di sostegno a studenti disabili. Un debole dibattito sull’adeguamento delle aule, sulla loro vivibilità per studenti e docenti, sulla sicurezza degli spazi che sono spazi comuni, di condivisione, che con l’emergenza sanitaria resta arenato sulla partenza. 

Ritorniano, ancora una volta, nel meraviglioso ed intricante mondo dei funghi lignicoli, ovvero quelli che sono soliti crescere in associazione a colture arboree vive o in fase di degradazione. Daedalea quercina, protagonista della nostra nuova “Riflessione Micolgica” è un fungo dalla conformazione imeniale particolare che è possibile, considerata la sua forma di crescita pluriannuale, trovare nel bosco, associato a colture arboree di Quercus s.l., ma non solo, durante tutto l’arco dell’anno. Tipica specie fungina a doppia forma nutrizionale: parassitica e saprotrofica, risulta facilmente identificabile, anche da parte dei meno esperti, per la particolare conformazione labirintiforme (1) della sua superficie fertile. Viene inserita nel gruppo informale dei Polipori. 

Amanita verna

E’ una delle numerose specie fungine che si affaccia, al tepore della primavera, tra i cascami fogliari nei boschi di latifoglie dove si fa facilmente notare per la sua particolare, candida bellezza dietro la quale, purtroppo, nasconde, in maniera subdola, numerose e pericolosissime tossine che la posizionano tra le specie fungine più velenose e, per l’uomo, in caso di ingestione, ad effetto mortale.

Di Angelo Miceli e Carmelo Di Vincenzo

E’ un dato di fatto, anzi una certezza assoluta, che la grandiosità del Creato e la bellezza della natura esercitano su di noi, cultori della micologia e girovaghi dei boschi per pura curiosità e per motivi scientifici, un forte fascino ed una grande attrazione verso ogni minima manifestazione di vita che, specialmente nel grande ed immenso Regno dei Funghi, si manifesta nella maniera e nelle forme più diversificate e curiose, tanto che siamo facilmente attratti ed estasiati da una distesa di piccoli carpofori a forma campanulata che nell’insieme assumono la conformazione di un meraviglioso “tappeto” in un angolo del “salotto buono” nel bosco. Coprinellus disseminatus specie fungina di piccole dimensioni a nutrizione saprotrofica, é solita fruttificare a gruppi di numerosissimi esemplari, spesso centinaia o, a volte, anche migliaia [Herman, 1979; AMINT, 2021], su elementi vegetali in fase di decomposizione raggiungendo la piena maturazione ed una completa degradazione in un tempo brevissimo, di solito pochi giorni. La specie, inizialmente inserita nello storico Genere Coprinus(1), seguendo l’evoluzione degli studi tassonomico-nomenclaturali legati alle nuove conoscenze di natura filogenetico-molecolare, è stata riposizionata, in tempi relativamente recenti, nel Genere Coprinellus.

Articolo pubblicato su MicoPonte – Bollettino del Gruppo Micologico “Massimiliano Danesi” – Ponte a Moriano (LU), Anno 2021 n. 13: 29-38

Premessa

Ricercata, rara e caratteristica specie fungina dell’ambiente siciliano, tipica della catena montuosa dei Nebrodi, delle Madonie e del massiccio dell’Etna. La sua prima descrizione porta la firma del micologo siciliano Giuseppe Inzenga (1) il quale nella sua opera “Funghi siciliani” afferma: “E’ questo il più delizioso fungo mangiativo che conoscesi in Sicilia, e privo da qualunque sospetto di veneficio, tanto pei suoi caratteri che lo distinguono da qualunque siasi altra specie sospetta, quanto per le località ove nasce e per le piante alle quali conoscesi essere parassito. Nasce nella sommità dei monti più alti di Sicilia, in luoghi boscosi, e con particolarità nelle Nebrodi o Madonie, al liquefarsi delle nevi da aprile a tutto maggio” [Inzenza G., 1865:12]. Pleurotus nebrodensis, protagonista della nostra “Riflessione Micologica”, viene inserito nel gruppo dei funghi leucosporei (quelli le cui spore in massa sono di colore bianco-biancastro) legandosi da saprotrofo (cioè si nutre di sostanze morte) alle radici di Cachrys ferulacea,(2) pianta appartenente alla famiglia delle Umbelliferae(3)

La Divina Commedia, epica narrazione in versi dell’ascesa dell’Uomo redento al Paradiso, dopo un arduo viaggio nei tre regni oltremondani, è l’opera più grandiosa – sublime, quant’altre mai, sul piano estetico – che sia stata concepita e realizzata da mente umana. Perciò, il suo autore; Dante Alighieri, è non solo il più grande dei poeti di tutti i tempi, ma anche il sommo poeta cristiano.

I papi del secolo scorso e quelli di questi primi decenni del Terzo Millennio ne hanno giustamente ratificato l’esemplare conformità ai principi e ai testi della religione cristiana.

Già Benedetto XV, il 30 aprile 1921, dedicò al Sommo Poeta un enciclica (In praeclara summorum), in cui esortava i fedeli a riconoscere che un «poderoso slancio d’ispirazione egli [Dante] trasse dalla fede divina». L’argomento fu ripreso, il 7 dicembre 1965, da Paolo VI che, nella lettera apostolica Altissimi cantus, scritta in occasione della celebrazione dei 700 anni dalla nascita del grande Fiorentino, esclamava radioso: «Nostro è Dante! Nostro, vogliamo dire, della fede cattolica». Lo stesso Joseph Ratzinger, prima di divenire Benedetto XVI, nella sua opera più famosa, Introduzione al cristianesimo, aveva utilizzato un passo dell’ultimo canto del poema dantesco per evidenziare il cardine fondamentale della teologia, cioè la perfetta somiglianza, quasi identitaria, dell’uomo liberato dal peccato con Dio: «Dentro da sé del suo colore stesso, / mi parve pinta de la nostra effige, / per che ’l mio viso in lei tutto era messo» (Paradiso XXXIII, 130-132). 

La peste invade la città

Iniziando il mese di giugno, è ormai per tutti evidente che in città corre la peste. Tra il popolo scoppia il panico, chi può va in campagna e fa provviste di ogni bene alimentare svuotando negozi e magazzini, per chi non ha mezzi economici inizia un tempo di fame e carestia. Il Grande ospedale è convertito in lazzaretto, agli abitanti è imposto di restare in casa se vi è un ammalato nella loro famiglia, per l’appestato che vive in case anguste o affollate si prospetta il triste destino del suo trasporto forzato nel Convento di S. Maria di Gesù ora destinato agli infetti. 

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