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Il 21 novembre di ogni anno è dedicato in Italia alla così detta “Giornata nazionale degli alberi”, istituita dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio con la legge 14 gennaio 2013, n. 10, in sostituzione della più antica “Festa degli alberi”, andata nel frattempo in disuso. 

Scopi dichiarati all’art. l, primo comma, della legge 10 sono: perseguire, attraverso la valorizzazione dell'ambiente e del patrimonio arboreo e boschivo, l'attuazione del protocollo di Kyoto, ratificato ai sensi della legge 1º giugno 2002, n. 120, e le politiche di riduzione delle emissioni, la prevenzione del dissesto idrogeologico, la protezione del suolo, il miglioramento della qualità dell'aria, la valorizzazione delle tradizioni legate all'albero nella cultura italiana e la vivibilità degli insediamenti urbani.

Prendendo le mosse dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (l’ormai famoso PNRR, il progetto con cui l’Europa ha destinato all’Italia oltre 220 miliardi, di cui 82 da riservare al Mezzogiorno in qualità di area depressa), due lavori apparsi alla fine del 2021 (in verità non molto valorizzati dai mezzi d’informazione) hanno riportato in auge un argomento scomparso da anni dal dibattito politico e culturale nazionale: “la questione meridionale”. Uno di essi (un articolo apparso su quotidiani italiani intitolato Divario Nord-Sud) è del sociologo Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro presso l'Università degli Studi "La Sapienza" di Roma; l’altro (un libro di 185 pagine intitolato Una Profezia per l’Italia, Ed. Mondadori) vede come autori i professori emeriti Ernesto Galli della Loggia e Aldo Schiavone, entrambi storici e saggisti. 

di Angelo Miceli, Carmelo Di Vincenzo, Francesco Mondello

L’articolo completo, in forma originale, è stato pubblicato su “Rivista di Micologia” Bollettino dell’Associazione Micologica Bresadola, Anno 2022, 65 (1): 71-78

 

Riassunto

Gli autori descrivono un ritrovamento effettuato nel territorio boschivo dei monti Peloritani, nel Comune di Tripi, nel territorio metropolitano della città di Messina, di Podoscypha multizonata, specie lignicola originaria da aree tropicali, ambientata in Europa ma considerata rara ed inserita, in alcuni paesi, nella Red list delle specie a rischio di estinzione (Læssøe & Ibarguren, 2014).

Specie tossica d’oltre oceano ambientata in Sicilia

Articolo pubblicato su MicoPonte, Anno 2022 n. 14: 37-45

 

Introduzione

In questo contributo viene trattato un taxon esotico, tipico e molto diffuso nei paesi extraeuropei quali la parte meridionale del Nord America, l’America centrale, l’America del sud, l’Africa, il Madagascar, l’Oceania fino alle isole del Pacifico [Brunelli, 2009]. Alla luce dei numerosi ritrovamenti degli ultimi anni, possiamo affermare che questa specie sia solita fruttificare in maniera abbondante e con una certa frequenza nella zona costiera della Sicilia orientale, un fenomeno che nella nostra regione si può ad oggi riscontrare per numerose altre specie ad analoga tipicità.

Qual è, secondo voi, la più grande scoperta messa a segno dall’uomo nel corso della sua storia plurimillenaria? 

È la domanda che rivolgevo spesso ai ragazzi di scuola media o di liceo negli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso, quando mi recavo presso gli Istituti scolastici a parlare di ecologia, una disciplina allora poco nota e ancor meno praticata.

Com’è facile immaginare, le risposte alla domanda data erano le più disparate, anche in relazione all’età e alla preparazione degli studenti: la scrittura, l’elettricità, il motore a scoppio, il telefono, la radioattività, la relatività di Einstein, gli antibiotici, il calcolatore elettronico, e così via.

Curiosamente, nessuno dei ragazzi interpellati ha mai pensato alla ruota, la cui invenzione viene collocata dagli studiosi di storia antica in Mesopotamia intorno al 4.000-3.500 a. C. ad opera dei Sumeri. Eppure, a ben riflettere, nella sua semplicità, essa rappresenta una delle più straordinarie conquiste dell’uomo, senza la quale la tecnologia attuale sarebbe ben diversa da quella che è. 

É una delle numerose specie fungine a tipica crescita autunnale conosciuta, sull’intero territorio nazionale, con la denominazione volgare di “Pinarolo” o “Pinarello”, attribuitale, a ragion veduta, per la sua particolare propensione a fruttificare in associazione simbiotica con colture arboree appartenenti al Genere Pinus. È specie commestibile, posizionata, nella sistematica fungina, nella Famiglia Boletaceae, facilmente identificabile anche dai cercatori meno esperti, che sembra essere, sul territorio nazione e anche oltre, il Suillus più conosciuto [Papetti et al., 2004: Chiari & Papetti, 2021].

Chlorophyllum rhacodes (Vitt.) Vellinga (2002)

Specie comune, tipica dei terreni ricchi di humus, a nutrizione saprotrofica, facilmente confondibile con le specie congeneri. Tradizionalmente nota con l’epiteto binomiale di Macrolepiota rhacodes, è stata, in tempi relativamente recenti, unitamente ad altre specie appartenenti al medesimo genere, quali, ad esempio: M. venenata Bon, M. brunnea (Farl. & Burt) Wasser, M. oliveri (Barla) Wasser, riposizionata nel genere Chlorophyllum, di nuova creazione. La ricombinazione delle varie specie dal genere Macrolepiota al genere Chlorophyllum si è resa necessaria soprattutto per la diversa colorazione della sporata: bianca nel primo, verde nel secondo. L’autonomia dei due generi è supportata anche dai risultati delle analisi filogenetiche pubblicate in diversi studi.

Il linguaggio poetico, per sua peculiarità, ha un potere evocativo, è immaginifico e, con parole pregnanti di significato, riesce ad esplorare il mondo dei sentimenti, facendone emergere le motivazioni interiori più profonde. La silloge poetica di Anna Giuffrida (“PsicoPoetica” Robin Edizioni SRL, Torino 2022 pg 116) ne è prova evidente. L’autrice, in un momento difficilissimo della sua vita, segnato dalle perdita della madre adorata, riesce, faticosamente ad emergere, dal “buio e dall’annullamento”in cui è risucchiata, attaccandosi al solido baluardo della poesia salvifica che le consente di rivivere momenti “preziosi”di un passato indimenticabile.

     Da quando, dopo alterne vicissitudini redazionali, “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha visto la luce nel 1959, postumo, la critica si è incaricata di esaminare l’opera sotto vari punti di vista, come si addice ai grandi capolavori letterari: artistico, storico, sociologico, linguistico, etico-morale. In questa nota mi propongo di riguardare il romanzo sotto l’aspetto naturalistico-ambientale, cercando di rispondere, fondamentalmente, alla seguente domanda: la Sicilia che l’Autore ci propone, presentata quasi sempre sotto una luce assai cupa, è fedele alla realtà o trasfigurata in negativo dalla crisi esistenziale vissuta dal Principe Fabrizio, il protagonista, sia sul piano personale, sia quale rappresentante di una classe sociale in fase di dissoluzione? Personalmente propendo per la seconda ipotesi, come cercherò di dimostrare rivisitando alcuni celebri passi del romanzo.

Il mio amico José Gambino soleva ripetere con disappunto, già nei primi anni della nostra docenza magisterina, che Messina è una «città sul mare» ma «non di mare». E io, cariddoto inurbato, gli «infuocavo la posta»: «Molti messinesi manco si rendono conto dell’enorme quantità di pesci – mio padre ne conosceva 169 tipi – che vivono nelle acque dello Stretto, e si contentano di mangiare fettine di pescespada e acciughe, o un polpo “alla luciana” quando gli va bene. D’altra parte, i giovani cercano il posto fisso in banca o al Comune e nessuno vuole più fare il pescatore: il piatto piange. Né gli amministratori fanno qualcosa per invertire la rotta. E però oramai il mare e la gente di mare sono guardati con «dispitto», dall’alto in basso, dai cittadini piccolo borghesi che vivono in città. Il che comporta, peraltro, sul terreno socio-economico, uno spreco incredibile di risorse umane». Il mio amico geografo annuiva.

Leggendo l’ultimo Rapporto Censis (il n. 55 del 3.12.2021), si rimane colpiti dall’irrazionalità che alberga in una parte rilevante della nostra società, anche in quella che riteniamo più istruita. Richiamo alcuni dati: il 5,9% degli italiani (3 milioni circa) ritiene che il Covid-19 semplicemente non esista, il 10,9% (6,5 milioni) che il vaccino sia inutile e inefficace, il 31,4% (18,7 milioni!) che esso sia un farmaco sperimentale e i vaccinati delle cavie. Ancora più sorprendente è scoprire che 3,5 milioni di nostri concittadini sostengono che la Terra è piatta e 6 milioni circa che l’uomo non ha mai messo piede sulla Luna.

ROSARIO ABBATE°, ROSA MIDILI°° & GUGLIEMO SCOGLIO °°°


 

(°) Istituto Comprensivo di San Pier Niceto, via R. Ilacqua n. 12, 98145 San Pier Niceto (ME) - Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

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RIASSUNTO

Monforte San Giorgio è un centro collinare del messinese ubicato alle falde dell’accidentato Colle dell’Immacolata. Grazie alla facile erodibilità della roccia che costituisce la suddetta altura, l’area è caratterizzata dalla presenza di antichi ipogei artificiali scavati in epoca protostorica e adoperati come tombe dai Sicani. Queste cavità in seguito sono state riutilizzate da una comunità monastica verosimilmente originaria dall’Asia Minore (VIII-IX sec.) che creò due insediamenti cenobitici rupestri. La gran parte delle succitate cavità non sono mai state oggetto di studio sistematico e, nonostante che in periodi successivi siano state ristrutturate e modificate per altre utilizzazioni, hanno mantenuto le originarie caratteristiche. Nella presente Nota gli AA., dopo un breve inquadramento geologico dell’area esaminata e un’analisi storica del sito, descrivono le cavità artificiali sino adesso esplorabili e suggeriscono delle linee d’intervento per tutelare e valorizzare questo pregevole ″bene″ naturalistico e archeologico dell’area peloritana.

Il canto undicesimo del Purgatorio si apre con la celebre parafrasi del «Pater Noster», su cui – data l’universale risonanza della preghiera – non sorprende che si sia stratificata, nel tempo, una ricca letteratura critica e filologica: basti ricordare che già il cattolico romantico Tommaseo deprecò le «aggiunzioni esplicative» del poeta, che avrebbe fatto perdere al testo in oggetto la originaria «semplicità evangelica»;i alla stessa stregua, nella temperie positivistica, se ne sottolineò, con D’Ovidio in ispecie,ii la componente «dottrinale», che farebbe rimpiangere il «sublime candore» del vangelo; in ambito crociano, poi, questa tesi fu accolta anche da Attilio Momigliano, il quale tenne, tuttavia, a evidenziare, et pour cause, «il tono di questo Pater noster: piano, umile, con un senso di stanchezza e di pochezza terrena», rilevando come la parafrasi stessa, «confrontata con l’originale, sembra una parafrasi infusa della delusione della terra, che è fra i sentimenti caratteristici del Purgatorio»iii; i commenti successivi non si discostarono molto, nel corso del Novecento, dalla impostazione comparativa della parafrasi, inaugurata da Tommaseo.iv

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