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“Le femmine hanno risorse, e le mie figlie che restano e parlano, le mie sorelle, diventano cataratte di parole, fermano i morti, acchiappano la vita, parlano, riparlano. Fiumi in piena sono”. Così Marica Roberto, attrice e autrice siciliana del potente testo teatrale “La Fata Morgana, fantasia su un mito”, fa memoria delle donne “sdisonorate” (citando il titolo del dossier dell’associazione DaSud, da cui trae spunto la piece). Donne libere, e per questo uccise dalle mafie, a cui il teatro ha ridato la parola. E un volto, quello del mito femminile di Fata Morgana che, dalle acque dello stretto di Messina alle tavole di legno del palco del Teatro Lo Spazio a Roma, ha fatto rivivere le sue “sorelle” morte ammazzate.

Nove donne, delle oltre 150 vittime della criminalità organizzata, dai 14 ai 74 anni. Nove donne, del Sud ma anche del Nord. Nove donne accomunate dall’amore pulito per uomini sporchi, insudiciati dall’appartenenza a famiglie criminali e dalla convinzione di possederle come delle cose. Perché è così che la donna è catalogata nel registro mentale e linguistico delle mafie, la “cosa”.

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Quando la carta e la penna diventano medicina

I ricercatori dell'Università di Aukland in Nuova Zelanda hanno dimostrato che la trascrizione degli stati d'animo negativi può letteralmente favorire la cicatrizzazione delle lesioni cutanee. Hanno provato che mettere nero su bianco le proprie emozioni favorisce e accelera la guarigione delle ferite non solo in senso metaforico e aiuta a combattere lo stress. Gli esperimenti sono stati condotti per diverse patologie ma in particolare sono state considerate le ferite da taglio e come riferito dal "Psychosomatic Medicine", coloro che avevano messo per iscritto le loro emozioni sono guariti in metà tempo.

Di loro si parla poco, forse anche per esorcizzare le paure che la crisi attuale fa attecchire. Io dei disoccupati, e della disoccupazione, invece ne voglio parlare. Perché in questo dramma vivono 3,2 milioni di persone (Fonte Istat) che appartengono a tutte le generazioni, in età lavorativa. Uomini e donne, giovanissimi e over anta, con un diploma o un master in tasca, con o senza esperienza. Cittadini con la colpa di non avere un lavoro, quasi sempre non per colpa loro. Energie, professionalità o anche solo braccia costrette al riposo forzato. Cittadini dimenticati, dallo Stato e dell’opinione pubblica, di cui si sa poco. Tra loro ci sono padri e madri, giovani e non, che si vedono esclusi dal mercato del lavoro per età, per poca esperienza o perché l’azienda di turno non assume.