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Pubblicato su Moleskine Anno 7 n. 10 ottobre 2014

L’espressione grafica caratterizza da sempre l’uomo. Numerosi sono stati nel corso dei secoli i sistemi grafici che hanno permesso agli uomini di comunicare fra loro, a partire dai segni e simboli primitivi fino ad arrivare alla nostra attuale scrittura latina, passando per la scrittura cinese, i geroglifici egiziani e i loro derivati, l’alfabeto semitico, la scrittura indiana, araba ecc e tutte queste scritture erano e sono altamente rappresentative delle civiltà delle diverse epoche, esprimono le “sensibilità” di questi popoli. Già dai tempi in cui viveva nelle caverne l’individuo ha sentito il bisogno di lasciare la propria traccia.

“…Quando davvero si è educatori! 

Quando Messina interagisce lo fa con sapienza, in modo particolare quando c’è di mezzo il 16° Istituto Comprensivo e la sua infaticabile dirigente Giovanna De Francesco, complice quella Daniela Bonanzinga, cacciatrice di ‘punta’ di talenti scrittorii, che offre in pasto alla Città vere eccellenze culturali.

Giorno 28 maggio 2014 gli astanti in ‘Sala Visconti’ hanno goduto della professionalità (la professionalità va oltre la sapienza, perché la contiene e la supporta di realismo pragmatico!) di un … messinese!

“Eschilo, Eschilo, che qui si Sofocle; attenzione alle scale, che sono Euripide!” : era la battutaccia colta che stava sulle bocche di noi liceali nei nostri verdi anni (per ovvi motivi ometto quelle ‘spinte’ - almeno tre - su un utilizzo strumentale del greco!); riportarla qui non avrebbe avuto valore, se non si volesse evidenziare come il giocare con la cultura era non solo un vezzo per quei giovani che fummo, bensì un supporto di riferimento per l’ironia; ed - attenzione ! - il vezzo non era sulle bocche dei ‘primini’ della classe (non si sarebbero mai permessi, con la loro rigidità spesso secchiona!); era invece sulle bocche di quelli che faticavamo per quel tanto in greco da riuscire non più che a spuntarla, nonostante il disappunto di un genitore grecista e latinista.

Noi di ADSeT siamo i “professori per sempre”, quale che sia stato il nostro ruolo nelle scuole; noi, felici di ciò che abbiamo donato - in eredità del messaggio senechiano - oggi, non è esatto dire che un po’ vi invidiamo, né che indulgiamo alla nostalgia, ma certamente amiamo avere il piacere di condividere in solidarietà con i colleghi dirigenti, professori, direttori amministrativi, esecutori amministrativi, tecnici e ausiliari l’alba di un nuovo giorno, il nuovo giorno per la eterna seduzione dell’educare: è il nuovo giorno d’inizio del nuovo anno scolastico, é la magia del ricominciare a lavorare sull’uomo, il privilegio di esercitare l’arte – perché arte è, e guai quando diventa mestiere! – che dall’esperienza trae la tecnica maieutica, mai deterministica, che ci conduce, noi “professori per sempre” ribadisco, educatori, a godere della professione più gratificante tra tutte, gratificante perché dà gioia, in quanto cura la formazione della persona umana, perché si alimenta dei valori che trasmette in funzione di una comprensione dell’uomo percepito come fratello, e perché non lavora su brutture, dolori e/o aspetti ‘meccanici’ né sconvolgenti, ma incide sull’essere liberi e sul rendere liberi: quale altro/a mestiere/professione – con tutto il rispetto – dà mai tanto a chi lo/a pratica?! 

Chi lo dice che Quiescenti è sinonimo di … omissis … “essere inattivo” (dal latino ‘Quiesco’: cfr. pag. 1211 di Castiglioni Mariotti, ‘Il Vocabolario della lingua latina’, c. e. Loescher, Roma 31.07.‘63/23.10‘65, stampa presso Officine Grafiche Fratelli Stianti, Sancasciano Val di Pesa - FI- Gennaio 1966)?

… Il nostro “quiescere” è, sì, riposo, ma è riposo dalle pastoie superfetate della burocrazia di stato che, quando non sia quella tuttora benemerita istituzione che chiamiamo didattica, sarebbe apparato-scuola, intesa come coacervo di norme di divieti e/o di concessioni che proprio sulla didattica vanno a incidere negativamente, laddove - di contro - la snellezza delle direttive tornerebbe a rendere feconda/a prescindere dalla burocrazia e non defatigante la detta didattica.

Bene! Noi Quiescenti giubilati ci siamo congedati da quel tipo di servizio attivo; non ci siamo congedati tuttavia dal rinnovato impegno volontario per la scuola, per l’educazione, per la cultura, per l’edificazione assiologica, per l’orgoglio della identità cittadina: è più forte di noi - è la nostra ragione di vita! -

ovvero...

In ratione scribendi veritas!

… E non solo ‘in vino’ (e forse più pericolosamente): è il motivo per cui sommessamente e con patos reverenziale ho fornito un mio breve autografo in disastrata grafia (quella di sempre) a Barbara Taglioni, timoroso di una sua rivelazione: “Vuoi vedere che Questa mi rivela che col pensionamento sto iniziando ad ottundermi (pensione di ‘vecchiaia’ fu)?!”

Vogliate perdonarmi l’attimo di auto-ironia: è più forte di me, e credo di avere ereditato questa ‘incontinenza’ ironica dal grande preside catanese, amico e collega di mio padre Angelo, Arturo Mannino, brillante ingegno - giornalista, scrittore e italianista d.o.c. - che mi tenne a battesimo alla mia prima supplenza in quel di Catania; taccio per auto-verecondia su quanti anni fa! Tanto quell’uomo non se la teneva, la ‘facies’ ironica, che si procurò per questo non poche astiosità presso alcuni di non adeguata intelligenza, e anche di un personaggio in città decisamente importante.

Fidarsi è bene, ma … ‘Antonello’ è meglio, e non solo!

14.11.2014: lì per lì mi sono chiesto con quali riferimenti commentare questa serata, ma soprattutto quando e … come! 

Il menù proposto mi poneva in questa perplessità: cappuccino ai funghi, tortino di pleurotus con cuore di formaggio su lamelle di champignon affumicate e marinate, girelle di pasta fresca con farcitura di fungo porcino e ricotta di pecora con salsa alla frutta secca e burro chiarificato al tartufo, tacchinella farcita con contorno di chiodini glassati e terrina di porro e zucca, tortino di pistacchio con pallina di gelato ai funghi, e – dunque – mi chiedevo converrà redigere un testamento olografico precauzionale … o conviene aspettare almeno 45 giorni e poi commentare una superba succulenta cena? Ma poi Messina, nell’ipotesi migliore, dispone di 90 posti letto, quanti eravamo?

Ormai è nello stile ADSeT creare occasioni di incontro che nella gradevolezza, nella snellezza, ma esaurientemente abbiano prioritariamente una finalità colta e valoriale: ancora una volta è accaduto venerdì 28 novembre 2014, grazie al mecenatismo di ospitalità della illuminata Dirigente Maria Muscherà, che ha consentito che l’evento si svolgesse nel suo prestigioso Istituto ‘Antonello’.

Riferimento culturale, questa volta, è stato Dario Morelli autore del libro ‘E Dio creò i media’; l’iniziativa è stata promossa e proposta ad ADSeT per la condivisione dalla benemerita ‘Associazione Culturale Maurolico’ di cui è ‘anima’ il suo presidente Nino Grasso.

Tanto ha potuto ADSeT, questa volta!

Il rozzo insipiente, il villano che si lamentò col prevosto della lunghezza della messa cantata, quando al rimprovero dello stesso: “ Figliolo la musica eleva lo spirito” ebbe a rispondere, “ sì, ma fa calari ‘u latti ”! la visse come una afflizione a causa del prolungarsi delle musiche di intermezzo lungo la cerimonia perché - a mio giudizio - non era stato penetrato dalla maieutica dell’organo, che in quell’occasione non suonò; perché, se così fosse avvenuto, nonostante la sua rozzezza, avrebbe piuttosto avuto da lamentarsi del contrario col sacerdote, e cioè della brevità della esecuzione, lunga per quanto potesse essere stata. 

Quale magia, quella dell’organo!

Non amo l’autolesionismo italo-peloritano-centrico, e non mi associo mai dunque per civico amor proprio e per principio a un tale mal vezzo di cori consolidati delle ‘prefiche’, cantori lamentevoli di una eterna agonia della città; e pur tuttavia in qualità di messinesi, spesso ci viene tentazione di raffrontare questa strapazzata città a quanto cantò De Andrè in “Faccia di cane”: «… in questa città vorrei piantarci un faro per vederci più chiaro, in questa città vorrei trovarci il sale, in questa città che prende a calci un cane mentre muore di fame, in questa città che affoga senza il mare [ndr: perché lo abbiamo emarginato], in questa città in cui facilmente si nasce alla stazione [e/o] dentro una barca a forma di vagone, ghiaccio a Natale sopra i marciapiedi!.. »

Non la pongo come affermazione, così come è nata in relazione al caso del mugnaio settecentesco che, non riuscendo ad avere giustizia a Potsdam dai locali giudici, volle ottenerla appellandosi al suo re: Federico di Prussia il Grande, e da questi ottenne giustizia: ma si trattava di un sovrano particolarmente dedito ad amministrare la buona giustizia; basterà ricordare il suo ‘Codex Fridericianus’ ottimamente regolante fino dal 1747 la delicata funzione dell’amministrazione di essa, finché anche lì, in Prussia, morto l'illustre Cocceio - al momento condizionato il re dai gravi fatti di guerra - ebbero a riemergere gli abusi, per opera della gente di toga; nonostante la sua gotta il re diede ragione al ricorrente e, affermando che “ci sono dei giudici a Berlino”, ed in questo spirito, rimise mano ad una nuova regolamentazione della giurisprudenza affidata alla redazione di un nuovo Codice; è la prima parte di ‘Prozess-Ordnung’, ossia Regolamento di Procedura, che fu promulgato il 26 aprile 1784. E tuttavia non è facile disporre di statisti e legislatori di questa fatta; e quanto alle leggi e alla loro interpretazione restano affidate a chi questo potere detiene con maggiore o minore coinvolgimento e senso di onestà e acume.

La frase con cui il presidente Angelo Miceli ha sapientemente concluso l’incontro di giorno 26 maggio 2015 e la stagione sociale ADSeT 2014-2015, ha perfettamente contenuto in sé il valore - perché di valore si è trattato - di questa serata primaverile: due progetti didattici lungamente collaudati, a Messina, sono stati veicolati verso le scuole, ma soprattutto a beneficio degli alunni, come non ha mancato di osservare la preside Maria Muscherà, la quale, presentando la serata, ha posto l’accento sulla centralità dell’alunno nel processo didattico in sé, e soprattutto nella attività docente.

“Metodologie ed innovazioni didattiche nella scuola dell'obbligo", tema dell’incontro, ha visto la duplice presentazione dei progetti: "Progetto G.I.O.CO." di Angela Lenzo e "Metodo Cassalia" di Pasquale Cassalia.

Ma, poiché l’attività culturale per essere educativa e formativa verso gli alunni deve alimentarsi della ricerca, nell’intervallo tra le due relazioni, è caduta a proposito, ed intenzionalmente finalizzata in coerenza, la premiazione di “Certamen Corte di Federico” posta in essere sulla ideazione di Studio E.P.O.S. in condivisione con A.D.S.e.T.

Così ha definito se stesso l’illustre cattedratico italianista dell’Ateneo peloritano. 

Solo le grandi anime sanno farsi … piccole piccole; solo i micragnosi magnificano se stessi oltre modo, ma soprattutto oltre merito!

Bisogna dire grazie alla ch. ma prof. ssa Paola Colace Radice per aver ella voluto e posto in essere questo “Meeting filologico-letterario con Giuseppe Rando” volto a tributare i meritati onori ad un uomo di spicco del mondo letterario che ha condotto la sua vita e la sua carriera all’insegna di quel "Lathe biosas" epicureo, che a quei livelli non è da tutti, in quel momento di svolta che l’esser giubilati imprime a marchio nella esistenza di ogni uomo. E certamente avranno avuto di che dolersi per non esserci stati i quadri di spicco dell’Ateneo sottratti alla presenza da inderogabili impedimenti. 

Caro Presidente, cari Consoci, abbiamo fondato ADSeT ancorandoci fondamentalmente all’articolo 4 dello Statuto, che ne disciplina la motivazione ad esistere: “Lo spirito e la prassi dell’Associazione trovano origine nel rispetto dei principi della Costituzione Italiana che ispirano l’Associazione stessa e si fondano sul pieno rispetto della dimensione umana, culturale e spirituale della persona.”

Faccio qui appello, poiché identica sensibilità so che non si riscontra nella prassi burocratica con la quale il personale Educatore   - sottolineo educatore -  viene posto in quiescenza, laddove un - il più delle volte  sdrucito - foglio di carta immesso in una busta gialla di servizio informa il destinatario, ormai inutile,  che l’amministrazione non ha più alcuna utilità a servirsi  dei suoi cattivi o buoni servigi che siano stati, e di cui nessuno  ha notizia,  e che ciò è irrevocabilmente dovuto all’esser pervenuti alla pensione di vecchiaia!

L’audience si nutre di tutto. Delle lacrime e delle risate a buon mercato. Delle urla e di parole ben scandite e ad effetto. Della rabbia e dell’indignazione di chi guarda, spesso con curiosità morbosa, le vite altrui spedite attraverso il tubo catodico. Ma si nutre anche di fango umano, e rovista spesso tra le pieghe inquinate della società.

E su questo audience sembra ritagliata la trasmissione ‘Porta a Porta’ condotta da Bruno Vespa che stasera per la seconda volta, a distanza di quasi sette mesi da quando aprì le porte della seconda serata di Rai 1 ai Casamonica, regalerà uno spazio sulla televisione pubblica alla presentazione del libro di Salvo Riina, sulla vita del padre Totò. Uno spaccato familiare, già messo nero su bianco, che non era il caso di raccontare anche in tv. Da quella Rai, che si regge anche sui soldi versati con il canone dagli italiani, che fino a poche ore prima della messa in onda del programma ci teneva a ribadire il suo impegno contro le mafie (“(…) Ricordare come esempi le storie di tutti coloro che hanno dato la vita per difendere il valore della legalità è e sarà sempre la stella polare del suo impegno: la Rai non è e non sarà mai il luogo in cui le mafie e tutte le sue espressioni potranno trovare cittadinanza”). Lo stesso comunicato in cui si confermava la presenza di Riina junior nel salotto di Vespa. Per continuare a leggere l’articolo segui il link