Presentazione libro "Il pupo di carne"

L’estate - si sa - è il sacrosanto momento della dispersione legato all’accantonamento di un anno di fatiche, ad una favorevolezza del tempo che consente il pigro riposo e alla distrazione dal tran tran quotidiano, che, se non archivia, mette in angolo l’insieme delle incombenti incombenze; i soci ADSeT non si sottraggono a questo ‘momento magico’, e dunque hanno voluto darsi appuntamento attivo al prossimo settembre, non senza un commiato ufficializzato.

Presenti a pieni ranghi, lo hanno fatto presso il ristorante ‘Sapore divino ’ di Torre Faro, ma in coerenza con il loro gusto intellettuale hanno condito il loro ricco ‘menu’ culinario innaffiandolo con una generosa spruzzata di scuola e di cultura; l’occasione l’ha fornita una ‘imbeccata’ del provveditore emerito Gustavo Ricevuto, che ha proposto la rilettura de “Il pupo di carne” di Geri Villaroel, Laterza editore.

Presente l’autore, Ricevuto ne ha ricordato il fecondo impegno culturale, non per caso discendente dalla sua esperienza di docente, oltre che di giornalista, e di direttore della prestigiosa rivista ‘Moleskine’; ha quindi affidato al preside emerito Claudio Sergio Stazzone la recensione del libro per il prosieguo del convegno colto.

Stazzone ne ha fornito una puntuale visitazione, volta a metter in luce la ricchezza di variegato contenuto intellettuale del lavoro di Villaroel, e, poiché una recensione viene vivificata dal contestuale ricorso agli squarci diretti sulle righe e sulle pagine dell’autore, ha convenuto col il presidente Angelo Miceli sulla opportunità che la sua calda voce fornisse questi approcci, man mano che il discorso procedeva nel suo iter.

Ecco quanto ha tratteggiato Stazzone, a seguito della sua ghiotta lettura del volume di 300 pagine.

La vicenda prende le mosse da un momento esistenziale critico, che è sorte a cui ogni uomo che abbia ricoperto un ruolo lavorativo non può sottrarsi: è il momento della pensione e dunque del commiato dal ruolo attivo della vita, ed è il momento della senescenza, ovvero pure il momento del commiato dalla propria prestanza fisica, quando il proprio prestante/rispondente fisico subisce le offese dell’età.

In questa ambascia personale si innesta e concorre alla difficoltà esistenziale l’evolversi (ma per l’uomo in crisi è più l’involversi) del mondo in schemi ed eventi di vita che egli non riesce più a condividere come il suo palcoscenico del vissuto, e dunque si sente come il giocatore in panchina, ovvero l’attore privato del ruolo.

In questo contesto il giornalista Fernando Corvera vaga perdendosi per le strade di Roma disorientato, alla ricerca di una alternativa di impegno di vita che non c’è; eppure è quella stessa Roma in cui egli giostrava la sua arte scrittoria da padrone.

E’ così che la sua mente va all’unica possibile via di fuga: scrivere il romanzo della propria vita.

E’ una vita che muove i primi passi della professione frugando nelle edicole degli anni sessanta, e da quel germinaio egli richiama alla memoria i nomi cari all’affetto della memoria: due spiccano e campeggiano, Indro Montanelli ed Oriana Fallaci, i due giganti della informazione allora corrente; ma emerge pure - frutto di attingimento a piene mani nel proprio del sé - il fermento creativo di quell’ irripetibile momento: la cinematografia di avanguardia, e parliamo di Fellini, di Antonioni e di quanti altri, mentre non gli sta dietro la letteratura: si impongono le grandi pagine del momento, il ‘Bell’Antonio’, Il ‘Gattopardo’, e soprattutto è il momento d’oro del boom italiano, quello del miracolo economico.

Di tutto questo Villaroel/Corvera dà contezza. E dà contezza pure di piccanti squarci sul ‘Ventennio’

Ma la sua analisi non può esimersi dal testimoniare anche il dopo, quel dopo che involverà in degrado, in dispersione valoriale nel non sapersi/volersi porre oltre la crisi sociale italiana, e non solo.

Vengono richiamati alla memoria l’intera vicenda Pasolini, gli anni di piombo, il caso Moro, l’ingovernabilità e il decadimento sociale; viene testimoniata la guerra del Vietnam e si affaccia pure all’orizzonte l’implosione dell’URSS e il ruolo propositivo, mediatore e infine eroico del grande papa Giovanni Paolo II/Wojtyła, nonché “ l’edonismo reaganiano”-craxiano.

In questo disegno di ampio respiro culturale e documentario si innesta la storia narrata del ‘Pupo’: il pupo che è e sarà lui, Corvera: Corvera quasi come (lo diciamo alla Dario Fo) lo “jullare” del novecento”.

Egli stringe amicizia con due donne di grande richiamo sensuale, Claretta e la sua compagna di omosessualità Zeudi, una mulatta. Ambedue vivono intensamente la loro storia, ma si rivelano espugnabili alla ipotesi di un triangolo col Corvera.

E così che, una alla volta, gli cederanno pur senza rompere la loro complicità amorosa, ma prima di arrivare al cedimento daranno occasione a Fernando di temere di essere entrato in un gioco pericoloso, visto che alle loro spalle sembra profilarsi un ordito giallo, che non lascia tranquillo il giornalista, il quale per mezzo del factotum, l’eunuco Omar, riesce a sapere che si tratta di una truffa a base di diamanti.

Il truffato, un certo Bogotà, vuole vendicarsi delle due donne - artefici principali - e dell’intero gruppo truffaldino che ruota intorno a loro, ciò che con l’aiuto di Fernando li porterà a rifugiarsi ad Anversa, ma lì sarà Bogotà a trovare la morte.

Questo allontanerà definitivamente Corvera dalle due donne e lo porterà a rendersi conto che il suo ruolo non era funzionale alla truffa, ma al capriccio erotico di esse.

Su questa pagina chiude il romanzo di Corvera, mentre quello di Villaroel vede il giornalista rifugiarsi nella nostalgia del suo ‘cordone ombelicale’ mai reciso: la Sicilia e la madre.

Decide dunque di fare rientro nei luoghi dei suoi verdi anni (Solicchiata), tra l’eco delle passioni di allora e le suggestioni nostalgiche di una Sicilia che fu, che abbiamo dentro e da cui nessun siciliano si libererà mai; è la Sicilia delle ritualità della vendemmia, la Sicilia essa stessa integro cordone ombelicale, la Sicilia delle ‘piccole cose di pessimo gusto, del suo piccolo mondo antico ’.

Lì egli si ricongiunge a Marta, ex compagna dello zio che aveva lasciata a Frascati, oggetto di una sua antica passione ora soddisfatta e viene pure adottato da un cane, Godot, che gli ridà il contatto paranormale con la figura di riferimento della sua gioventù, lo zio Peppino, ottimo complice, padre sostituto del suo padre biologico ucciso in guerra.

Villaroel a tal punto non dà il prosieguo conclusivo della vicenda perché a suo parere va lasciato all’ ‘immaginifico lettore”.

Cessata la relazione Stazzone, su questa dettagliata cronaca sull’amato “Novecento”, il preside emerito Nino Olivo ha sentito il bisogno di rivolgere al prof. Villaroel alcune pertinenti domande su come egli abbia vissuto questa storia e sulla intenzionalità del ruolo non secondario di attrazione che la copertina, ben artisticamente elaborata, trasmette.

Villaroel da qui ha richiamato il suo vissuto contestualizzandolo nel vissuto sociale epocale di tutto un popolo e del mondo, quello che ha trasposto nel suo manoscritto; su questo retroterra culturale ha egli ribadito che poggia il valore di documento ad uso scolastico che il suo libro detiene: acroamatico non meno che essoterico - aggiuntivamente al ruolo di semplice romanzo - e a chiusa, ha dimostrato di apprezzare il lavoro esegetico che i presenti suoi interattori hanno riversato sul testo.
 

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Presentazione libro: interventi introduttivi: Prof. Angelo Miceli; Dott. Gustavo Ricevuto.
Relatore: Prof. Claudio Stazzone. Conclusioni: Dott. Geri Villaroel
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