Anna Giuffrida

Striscioni, cartelli, cuori rossi con i nomi dei borghi distrutti dal terremoto. Gli abitanti del centro Italia ferito hanno portato così la loro scossa al cuore fino a Roma, fino a sotto il Parlamento. Senza neanche disturbare il già caotico centro storico romano, in migliaia si sono riuniti ieri mattina a piazza SS. Apostoli mettendosi in marcia tra i vicoli verso piazza Montecitorio.

Chi con felpe con stampati i nomi di alcuni dei 131 comuni e frazioni colpiti dal terremoto, chi con la fascia tricolore sul petto, in tanti hanno fatto sentire la loro voce. “Siamo tutti primi cittadini oggi” dice una delle partecipanti alla manifestazione ‘La Scossa dei terremotati’ organizzata da un Comitato Spontaneo di cittadini.

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“L’eventuale disparità di stipendio tra uomo e donna non dipende dalle norme, ma dagli straordinari. Gli uomini li fanno, mentre le donne preferiscono stare a casa con i propri figli. Diciamo le cose come stanno.”

Con queste parole, pronunciate ieri durante le indicazioni di voto su alcune proposte di legge per introdurre modifiche alle leggi regionali n.25/2009 e n.32/2008 sulle quote rosa, il capogruppo della Lega Nord in Regione Lombardia, Massimiliano Romeo, ha voluto liquidare così la condizione delle donne nella società e nel lavoro.

Ma il suo “intervento politicamente scorretto”, come lo stesso Romeo lo ha poi definito, è di fatto anche culturalmente scorretto. E non fa i conti con la realtà delle donne in Italia. 

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Decine di gru che svettano verso il cielo e sovrastano la città. L’Aquila, soprannominata ‘Regina degli Appennini’, si fa riconoscere così, da lontano, a chi arriva. E con dignità e tenacia silenziose, tipiche del popolo abruzzese, apre accogliente le sue porte. Palazzi nascosti dalle impalcature, da cui di tanto in tanto escono operai e brillano schegge di un saldatore, annunciano che si è arrivati in un cantiere, uno probabilmente tra i più grandi d’Italia. Una città-cantiere che, a sette anni dalla tragedia del terremoto che l’ha distrutta e in cui persero la vita 309 persone, lotta per mantenere la sua identità e per salvare un patrimonio storico e culturale che non appartiene solo agli aquilani ma al mondo intero.

Il reportage fotografico completo è visibile sul blog dell'autrice.

 

L’audience si nutre di tutto. Delle lacrime e delle risate a buon mercato. Delle urla e di parole ben scandite e ad effetto. Della rabbia e dell’indignazione di chi guarda, spesso con curiosità morbosa, le vite altrui spedite attraverso il tubo catodico. Ma si nutre anche di fango umano, e rovista spesso tra le pieghe inquinate della società.

E su questo audience sembra ritagliata la trasmissione ‘Porta a Porta’ condotta da Bruno Vespa che stasera per la seconda volta, a distanza di quasi sette mesi da quando aprì le porte della seconda serata di Rai 1 ai Casamonica, regalerà uno spazio sulla televisione pubblica alla presentazione del libro di Salvo Riina, sulla vita del padre Totò. Uno spaccato familiare, già messo nero su bianco, che non era il caso di raccontare anche in tv. Da quella Rai, che si regge anche sui soldi versati con il canone dagli italiani, che fino a poche ore prima della messa in onda del programma ci teneva a ribadire il suo impegno contro le mafie (“(…) Ricordare come esempi le storie di tutti coloro che hanno dato la vita per difendere il valore della legalità è e sarà sempre la stella polare del suo impegno: la Rai non è e non sarà mai il luogo in cui le mafie e tutte le sue espressioni potranno trovare cittadinanza”). Lo stesso comunicato in cui si confermava la presenza di Riina junior nel salotto di Vespa. Per continuare a leggere l’articolo segui il link

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testimoni di giustizia

Sono 83 in Italia gli uomini e le donne che hanno scelto di denunciare i soprusi e la violenza delle mafie. Una piccola comunità di cittadini italiani che dopo avere testimoniato, aprendo così le porte del carcere a tanti esponenti della criminalità, da anni lotta per riavere una vita dignitosa. Vite di cui poco si parla, al punto che i testimoni di giustizia (ex imprenditori, commercianti, o semplici onesti cittadini) vengono spesso confusi con i collaboratori di giustizia (meglio noti come “pentiti”) che provengono dalla malavita e hanno deciso di collaborare con la giustizia.

Cittadini resi invisibili, non tanto e non solo dalla scelta coraggiosa di aver detto No alle mafie ma dalle istituzioni incapaci di attuare la legge 45 del ’91, che prevede tutele per il testimone di giustizia e la sua famiglia e anche il diritto ad un lavoro nella pubblica amministrazione.

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Nell’epoca del terrorismo e del costante tentativo di esorcizzare le paure, delle nuove guerre che giocano su strategie che i libri di scuola non ci hanno mai raccontato, l’esigenza diffusa (per certi versi legittima) è quella di placare gli allarmismi. Specie se il rischio è sapersi cittadini di uno Stato che potrebbe entrare in guerra. E in questi giorni lo si fa a suon di dichiarazioni riscontrabili, ma anche di affermazioni pericolose e affrettate.

C’è così chi lo fa, da analista di politica internazionale, giustificando il fatto che l’Italia non sia mai stata oggetto di attentati perché ha partecipato solo a missioni di pace e mai ad attacchi militari diretti. C’è chi, in queste ultime ore, ha anche aggiunto che l’Italia non dovrebbe rischiare di diventare base logistica delle cellule terroristiche perché il mercato illegale delle armi in tutto lo Stivale è gestito dalla criminalità organizzata.

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morti bianche

Le chiamavano ‘morti bianche’, ma oggi non ci si ricorda più neanche il significato di questa macabra definizione. L’opinione pubblica ha fatto scendere un pesante sipario su queste realtà. Il teatro, invece, ha scelto di alzarlo. E parlarne.

“Uno cade, puf, muore, uno cade, puf, rimane infortunato, l’altro cade, puf e basta”, recita la nota di regia dell’attrice Marica Roberto. E’ quanto accade ogni giorno, in campi di pomodori, in cantieri, ma anche sulle strade o sui palcoscenici. Ovunque. In qualsiasi posto si lavora può capitare di cadere, di infortunarsi e in certi casi persino morire. Un diritto, il lavoro, che priva tanti del diritto alla vita e alla salute.

Una lista, quella dei lavoratori senza tutele, che periodicamente si allunga e di cui nessuno si (pre)occupa.

Alcune di queste storie silenziose, confinate a fatti personali, sono arrivate sul palco di un teatro la scorsa settimana, il Teatro dell’Angelo a Roma, raccontandosi con la forza musicale e coreografica del tango, con i suoni metallici dei ponteggi e con la forza interpretativa di Marica Roberto.

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A 35 anni di distanza, la ferita della strage di Ustica continua a non rimarginarsi. E nella ricerca della verità, tra migliaia di documenti più o meno attendibili, restano solo le tracce storiche di tanti sciacalli.

E a dar voce a quella ricerca continua di verità e giustizia ci sono i parenti delle vittime e la loro associazione, che si batte instancabilmente da quel 27 giugno del 1980. E continua a fare i conti con carte mancanti e richieste di desecretazione rimaste sempre inattese.

“Dalla lettura delle carte depositate si riscontra uno stato della archiviazione veramente preoccupante e inaccettabile: si trovano innumerevoli segnalazioni di continui smarrimenti nel passaggio tra ufficio e ufficio vi sono i segni di una difficoltà di conservazione e trasmissione tra gli stessi uffici, notizie di carte smarrite, di carte trasmesse e non più ritornate, documenti passati a uffici che non sono più individuabili, documenti riordinati e trasportati a vaghe destinazioni” ha dichiarato recentemente Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione parenti delle vittime di Ustica.

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“Non ammesso/a”. Da ieri migliaia di piccoli, potenziali, studenti di scuola materna a Roma hanno avuto la loro sentenza. Per loro non c’è spazio in una delle poche e malconce scuole che popolano le periferie della Capitale. Una scuola, quella dell’infanzia, piena di contraddizioni.

Dove le maestre, come le colleghe della scuola primaria e secondaria, si confrontano con contratti precari e con strutture e luoghi di lavoro fatiscenti. Insegnanti che, nonostante queste premesse, devono avere la lucidità di gestire 25/30 bambini dai 3 ai 5 anni. Mondi dell’infanzia distanti tra loro, per età ed esigenze, che spesso devono convivere in piccole stanzette o in risicati ‘open-space’ dove mancano i più elementari sistemi di sicurezza.

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Ho pagato. Oggi, con instancabile puntualità, ho consegnato 108 euro – cento otto euro – al Mio Ordine dei Giornalisti del Lazio. La quota associativa, richiesta annualmente, per non esercitare da abusivi la professione di giornalisti. Ho pagato, e da oggi sono nuovamente giornalista o almeno posso di nuovo dire di esserlo.

Lo sono anche da precaria o disoccupata. Lo sono anche dopo che un giornale che riceve fondi pubblici per l’editoria, come “La Discussione – Quotidiano fondato da Alcide De Gasperi” (chissà cosa ne penserebbe De Gasperi del suo giornale, oggi), mette alla porta i collaboratori esterni per “scelte economiche superiori”.

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Da qualche giorno a Roma, nella Capitale intoccabile, alcuni si sono resi conto loro malgrado che esistono le mafie. Una realtà che forse per molti, tra comuni cittadini e istituzioni, non era riconoscibile. Perché parla in dialetto romano, perché non è catalogabile sotto un unico nome (‘ndrangheta, camorra, mafia…), perché colmando i tanti spazi vuoti lasciati dalle amministrazioni locali – e non solo – in tanti la sfiorano, ci parlano, le chiedono favori quotidianamente.

E’ lì, pronta a creare posti di lavoro con una telefonata all'”amico” di turno. Pronta a fornire finanziamenti ad aziende del territorio, con la clausola di intascare almeno il 50% del finanziamento stesso pur non partecipando direttamente o apparentemente all’azienda.

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Hanno ancora il fiato sul collo. Come tutti i precari, d’altronde. Ed essere precari della pubblica amministrazione non li ha tutelati più di altri. Così a distanza di più di un anno da quando avevo parlato con alcuni di loro, i precari dell’Istat continuano a non sapere cosa ne sarà del loro contratto perennemente in scadenza. Gli incontri, le tavole rotonde sono proseguite: l’ultimo incontro significativo dello scorso 31 ottobre ha di fatto imposto nuovi confronti tra l’amministrazione e i sindacati (qui il resoconto dalla giornata). 373 contratti agonizzanti per i quali nessuno è riuscito, e ha voluto, concretamente trovare una cura. Anche economica. Perché il timore, che segue alle tante promesse, è anche quello che non ci siano soldi sufficienti a prorogare i contratti fino al 31 dicembre 2020. Vite sospese, che nel frattempo mandano ugualmente avanti con professionalità interi settori dell’ Istituto di Statistica italiano. Una vicenda ancora attuale, da (ri)leggere…

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“Le femmine hanno risorse, e le mie figlie che restano e parlano, le mie sorelle, diventano cataratte di parole, fermano i morti, acchiappano la vita, parlano, riparlano. Fiumi in piena sono”. Così Marica Roberto, attrice e autrice siciliana del potente testo teatrale “La Fata Morgana, fantasia su un mito”, fa memoria delle donne “sdisonorate” (citando il titolo del dossier dell’associazione DaSud, da cui trae spunto la piece). Donne libere, e per questo uccise dalle mafie, a cui il teatro ha ridato la parola. E un volto, quello del mito femminile di Fata Morgana che, dalle acque dello stretto di Messina alle tavole di legno del palco del Teatro Lo Spazio a Roma, ha fatto rivivere le sue “sorelle” morte ammazzate.

Nove donne, delle oltre 150 vittime della criminalità organizzata, dai 14 ai 74 anni. Nove donne, del Sud ma anche del Nord. Nove donne accomunate dall’amore pulito per uomini sporchi, insudiciati dall’appartenenza a famiglie criminali e dalla convinzione di possederle come delle cose. Perché è così che la donna è catalogata nel registro mentale e linguistico delle mafie, la “cosa”.

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Di loro si parla poco, forse anche per esorcizzare le paure che la crisi attuale fa attecchire. Io dei disoccupati, e della disoccupazione, invece ne voglio parlare. Perché in questo dramma vivono 3,2 milioni di persone (Fonte Istat) che appartengono a tutte le generazioni, in età lavorativa. Uomini e donne, giovanissimi e over anta, con un diploma o un master in tasca, con o senza esperienza. Cittadini con la colpa di non avere un lavoro, quasi sempre non per colpa loro. Energie, professionalità o anche solo braccia costrette al riposo forzato. Cittadini dimenticati, dallo Stato e dell’opinione pubblica, di cui si sa poco. Tra loro ci sono padri e madri, giovani e non, che si vedono esclusi dal mercato del lavoro per età, per poca esperienza o perché l’azienda di turno non assume.

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