Un detective filosofo

Il romanzo giallo è una tipologia narrativa  che trova ampio riscontro tra gli scrittori siciliani contemporanei. Il giallo, come genere  commisto, è ricco  di suggestioni letterarie e paraletterarie e in esso si mescolano metafora e allegoria, intrecciandosi in un gioco sottile e complesso. Sofisticheria, ambiguità, paradosso, in un mondo in bilico tra potere statuale e illegalità , costituiscono gli ingredienti tipici della produzione noir siciliana. Al gran numero degli scrittori già celebri, può certamente accostarsi Michele Barbera, poliedrico scrittore di Castelvetrano (“Colpe Apparenti” 2015  Sciacca, Aulino Editore) che rivela un quid di originalità, rispetto agli autori suoi conterranei, sia nella modifica del contesto sociologico sia nella figura di un investigatore –filosofo, tuttavia gli elementi tipici del giallo siciliano ci sono tutti. Una serie di delitti inspiegabili si verifica in un tranquillo paese, arroccato alle falde dell’Appennino abruzzese che, seppur revocando luoghi di “siloniana” memoria, non manca di suggerire scorci e immagini dell’entroterra isolano.

La stazione dei carabinieri di Roccapiana, piccolo centro montano nei pressi di Perugia, comandata dal maresciallo Massimo Liberti, viene all’improvviso scossa da eventi delittuosi che spezzano la routine costituita da qualche rissa tra ubriachi o da episodi non significativi di spaccio di droga. Un potente riflettore si accende sul paesino e le forze dell’ordine entrano nel mirino dell’opinione pubblica e dei superiori. A cosa serve una laurea in filosofia, oltre ad indagare i tortuosi percorsi della mente e ad approfondire le ragioni dell’essere? Massimo Liberti non lo sa, gli eventi però glielo chiarificheranno. Un giovane con un bagaglio culturale fatto di studi profondi basati sulla ricerca dell’essere e delle sue ragioni in cui la disamina delle forme conduce alla scoperta di complessi nodi esistenziali, difficilmente si colloca nel sistema produttivo della società odierna e per lo più deve cedere al compromesso. Tuttavia ciò che è acquisito resta e diventa strumento d’indagine tra i più raffinati di ciò si rende conto Liberti quando scopre di avere una marcia in più, nella ricerca della verità, rispetto agli altri investigatori. Abituato a soppesare ogni indizio e a setacciare il reale per cercarne le ragioni nascoste, è convinto che la verità assoluta non esiste ma piuttosto una propaggine nebulosa di ipotesi probabili. Consapevole del fatto che in filosofia il dualismo costituisce un’antinomia strutturale, si rende conto che avere più potenziali colpevoli determina una realtà imperfetta, ambigua e perciò non vera. L’”arte “ maieutica lo conduce pian piano alla soluzione dell’intricata vicenda consentendogli di penetrare nella profondità delle cose, senza fermarsi all’apparenza. La soluzione più vicina non è sempre quella giusta, per squarciare il velo basta talvolta mutare il punto di osservazione della realtà e rimuovere la fissità di certi schemi che offuscano la verità.