Noto, Pachino eMarzameni

Noto-Pachino-Marzameni  14 – 15 ottobre 2017

Organizzazione in loco a cura del Preside Paolo Dipietro

Cenni Storici

di Paolo Dipietro

 

PACHINO

            Nel 1760 il marchese Gaetano Starrabba, principe di Giardinelli, originario di Piazza Armerina e residente a Palermo, signore dei feudi Xibini (o Scibini) e Bimmisca, chiese ed ottenne da re Ferdinando di Borbone il permesso di popolare le sue terre fondandovi una città che chiamò Pachino[1], come il vicino promontorio (punta meridionale della Sicilia).

         Il marchese non fu spinto da uno slancio di altruistica generosità, bensì da interessi personali, perché il fondatore di una città acquisiva il titolo di conte di quella città ed aveva diritto ad un seggio nel Parlamento siciliano. Infatti, il fondatore venne sporadicamente a Pachino, lasciando al fratello Vincenzo, marchese di Rudinì, il compito di costruire materialmente la città, in cui affluì gente proveniente dai comuni vicini (Spaccaforno, Scicli, Modica, Avola), ma soprattutto da Malta.[2]

         Si trattava di persone desiderose di fare fortuna nella nuova città, alle quali era stato promesso dal fondatore l'esonero dal pagamento delle tasse per 25 anni.

         Gaetano morì nel 1796 a Palermo, ma volle essere sepolto nella Chiesa Madre di Pachino. I suoi possedimenti toccarono al figlio Pietro Starrabba, che gestì l'immenso patrimonio servendosi di amministratori locali. Alla sua morte (1830) i titoli nobiliari ed una parte dei suoi beni furono assegnati al primogenito Gaetano, che era un po' scapestrato, tanto che il padre nel suo testamento designò erede universale il secondogenito Francesco Paolo Starrabba, marchese di Rudinì.

         Nel 1848, allo scoppio della rivoluzione palermitana, i fratelli Starrabba aderirono alla causa rivoluzionaria: Francesco Paolo era gestore delle finanze del governo siciliano, mentre il fratello Gaetano occupava un seggio nella Camera dei Pari. Ma l'anno dopo, col ritorno dei Borboni, i due fratelli chiedevano clemenza al re, che concesse l'amnistia a tutti i siciliani, tranne a 43 rivoluzionari, tra i quali figurava anche il patriota pachinese Diego Arangio, che dovette fuggire in esilio a Malta.

         Nel 1866, morto Francesco Paolo, titoli e proprietà degli Starrabba passarono ad Antonio Starrabba, marchese di Rudinì, che ricopriva dal 1863 la carica di sindaco di Palermo; in quella qualità dovette reprimere una rivolta filorepubblicana e si inimicò gran parte della popolazione. Per i suoi meriti agli occhi del governo, fu nominato prefetto di Palermo nel 1867, ma si dimise l'anno dopo. Nel 1869 fu nominato Ministro dell'Interno nel governo Menabrea. Eletto al Parlamento prima nel collegio di Canicattì e poi in quello di Siracusa, il marchese di Rudinì ricoprì la carica di presidente del consiglio da febbraio 1891 a maggio 1892 e poi da marzo 1896 a giugno 1898; si dimise a seguito della repressione dei moti di Milano da parte del generale Bava Beccaris.

         Il marchese Antonio morì nel 1908, lasciando l'eredità al figlio Carlo Emanuele, che morirà suicida nel 1917. Non avendo avuto figli, con lui si estinse il casato degli Starrabba. La sorella di Carlo Emanuele, Alessandrina, ebbe una vita burrascosa, sposò il marchese Carlotti di Garda a cui diede due figli. Dopo la morte del marito ebbe con Gabriele D'Annunzio una relazione scandalosa, che iniziò alla fine del 1903 e terminò nel 1907, quando il poeta passò a nuovi amori. La morte precoce dei figli e la delusione amorosa indussero Alessandrina a ritirarsi in un convento della Savoia, dove morì nel 1931.

ECONOMIA

         In estate e quando era libero dagli impegni parlamentari, il marchese Antonio di Rudinì risiedeva a Pachino, dove si rivelò un bravo imprenditore agricolo: alla coltivazione del cotone e del grano aggiunse anche quella della vite, introdusse nuovi vitigni resistenti alla fillossera e fece costruire lo stabilimento enologico di contrada Lettiera (oggi palmento-museo di Rudinì). La coltivazione della vite ebbe uno sviluppo notevole, tanto che l'economia del territorio di Pachino e del circondario si è basata per almeno un secolo sulla produzione di vino, che costituiva la ricchezza degli agricoltori e dava lavoro ad una miriade di lavoratori (bottai, carrettieri, fabbri ecc.).

         Negli anni '80 del secolo scorso le scelte politiche hanno causato la quasi totale estinzione delle vigne, che sono state estirpate per far posto ad un nuovo tipo di prodotto agricolo, il pomodorino "ciliegino", che ha cambiato anche l'aspetto del paesaggio, contrassegnato da una vasta distesa di serre ricoperte di plastica.

         In passato era fiorente l'attività delle tonnare di Marzamemi e di Portopalo, che alimentavano l'industria di conservazione del tonno, grazie anche alla produzione di sale proveniente dalle vicine saline di Marzamemi e di Morghella. L' attività delle tonnare (di cui restano solo le vestigia) e quella delle saline è cessata alla fine degli anni '60.

         Ora restano a Marzamemi solo due ditte di conservazione del pesce. A Portopalo nei giorni feriali, dalle 12 alle 14, arrivano al porto i pescherecci col pesce appena pescato, che sul posto viene venduto ai pescivendoli della zona.

PIAZZE

         La piazza Vittorio Emanuele, a pianta quadrata, è il centro nevralgico del paese. Nel vicino mercato sorge Piazza Colonna, così chiamata perché al suo centro è posta una colonna di origine egizia, ritrovata nella seconda metà del Novecento nel mare di Marzamemi.

CHIESE

         La Chiesa Madre di Pachino, costruita nel '700, si affaccia sulla centrale piazza Vittorio Emanuele. E' una chiesa ad una sola navata, con una cappella laterale dove sono custodite le spoglie mortali del fondatore di Pachino, marchese Gaetano Starrabba, e di suo fratello Vincenzo. La statua più interessante è quella di Sant'Elia, che fu portata a Pachino dai coloni maltesi all'epoca della fondazione della città. Di epoca più recente è la statua della Madonna Assunta, patrona della città.

La seconda chiesa in ordine di importanza è quella dedicata alla Madonna del Rosario di Pompei. Seguono, poi, la chiesa di San Corrado, quella di San Giuseppe, di San Francesco, del Sacro Cuore, dei Santi Angeli, dei Santi Pietro e Paolo.

         A Marzamemi c'è la chiesa dedicata a San Francesco di Paola e dirimpetto una chiesetta sconsacrata, ormai in rovina.

SITI STORICO-ARCHEOLOGICI

         L'opera più importante è la torre Xibini (o Scibini), costruita nel 1494 dall'allora proprietario del feudo, Antonino Xurtino. Era una torre di avvistamento e di difesa contro le incursioni dei pirati saraceni. Di essa rimane soltanto un rudere.

         Il sito più importante dal punto di vista speleologico-archeologico è la grotta di Calafarina, visitata da archeologi come Paolo Orsi e Bernabò Brea, che vi hanno ritrovato reperti di epoca preistorica.

Oggi si può vedere solo l'esterno. All'interno si trovano stalattiti e stalagmiti nonché depositi di guano, prodotto dai pipistrelli che vi dimorano.

         Intorno alla grotta sono sorte numerose leggende. La più nota racconta che nel 1086, dopo la morte dell'emiro Ben Avert, ucciso dai Normanni,  la vedova dovette fuggire con i suoi schiavi e con un ingente tesoro. Per paura di incontrare in mare i pirati, nascose il tesoro nella grotta di Calafarina per riprenderlo in seguito e fece uccidere gli schiavi, le cui anime per incantesimo rimasero a guardia del tesoro.

MARZAMEMI

         Nella borgata di Marzamemi si può ammirare il palazzo dei principi di Villadorata, accanto al quale sorge la vecchia tonnara. Un certo fascino suscita anche l'isolotto Brancati, di proprietà del dott. Raffaele Brancati, primario chirurgo a Catania.

         A Marzamemi sono stati girati parecchi film (Kaos, Sud, Oltremare) ed anche alcuni episodi del commissario Montalbano.

PERSONAGGI

Nativo di Pachino era lo scrittore Vitaliano Brancati.

E' vissuta a Pachino per un certo periodo anche l'attrice Margareth Madè (Ha frequentato la scuola media nell'istituto diretto dal sottoscritto).

 

 

[1] Sembra che il toponimo derivi dal fenicio Pachum che significa guardia, perché dall'alto del promontorio si vedeva il passaggio dei tonni

[2]Molti cognomi pachinesi come Boager, Grech, Meilach, Micalef sono di origine maltese.

 

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