Orazio Nastasi

Improvviso, o atteso da un luogo remoto del tempo, uno spasmo, un vento caldo sulla pelle. Gli occhi chissà dove, le tempie come un cuore. Franano i sensi, e salgono cose dai labirinti della coscienza. L’universo, con le sue cieche oscurità e i suoi amori. La vergine notte e i girasoli dalle ciglia gialle. I fiumi e gli oceani blu e neri. I giganti dei giardini, gli ippocastani. Le salamandre del fuoco. E poi i marciapiedi con le scarpe rotte, i palazzi, le chiese, e le carceri senza volto e senza corpo. Farfalle, uccelli, rari arcobaleni, piogge come ingiustizie che non cessano o verità che si nascondono. L’uomo. E la donna. E la loro terra, la nostra terra. Semplicemente. E tutta quanta la vita tra i denti neri dell’assenza. Scoppi d’aria e di profumi. E il Nome che non vuole essere nominato invano. E di Questi il dolce Dono. E tutto quanto il difficile Amore. Ma non un suono né una parola. E però ancora una spinta verso dentro, tra le sabbie mobili della frontiera che separa sogno e realtà, esperienza ed evocazione, tenebra e salvezza nel gran ballo delle ferite dell’anima e delle visioni e delle possibilità.

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