Le due culture, l’una contro l’altra armata

Leggendo l’ultimo Rapporto Censis (il n. 55 del 3.12.2021), si rimane colpiti dall’irrazionalità che alberga in una parte rilevante della nostra società, anche in quella che riteniamo più istruita. Richiamo alcuni dati: il 5,9% degli italiani (3 milioni circa) ritiene che il Covid-19 semplicemente non esista, il 10,9% (6,5 milioni) che il vaccino sia inutile e inefficace, il 31,4% (18,7 milioni!) che esso sia un farmaco sperimentale e i vaccinati delle cavie. Ancora più sorprendente è scoprire che 3,5 milioni di nostri concittadini sostengono che la Terra è piatta e 6 milioni circa che l’uomo non ha mai messo piede sulla Luna.

Questo piccolo campionario di anti-scientificità mi ha richiamato alla mente il famoso saggio su “Le due culture”, scritto nel 1959 e riproposto con poche aggiunte 4 anni dopo, con cui il fisico e letterato inglese Charles Percy Snow denunziava con cognizione di causa, appartenendo ad entrambe le categorie coinvolte, la netta frattura esistente tra la cultura letterario-umanistica (da lui detta prima cultura) e quella tecnico-scientifica (seconda cultura), al punto da creare tra i due schieramenti incomunicabilità e perfino netta avversione.

Ecco precisamente quanto l’Autore scrive nel merito: Avevo la costante sensazione di muovermi tra due gruppi — di pari intelligenza, di identica razza, di estrazione sociale non molto differente, di reddito pressoché eguale — che ormai non comunicavano quasi più tra loro e che, quanto ad atmosfera intellettuale, morale e psicologica, avevano così poco in comune che si sarebbe creduto non di essere andati da Burlington House o South Kensington a Chelsea, ma di avere attraversato un oceano. E conclude: Questa polarizzazione è soltanto un danno per tutti noi. Per noi, come persone, e per la nostra società.

Quando sarebbe insorta tale cesura?

Secondo Snow essa risalirebbe alla rivoluzione industriale, quando la scienza, staccandosi dalla prevalente corrente di pensiero permeata dalla cultura umanistica, si sarebbe affermata come movimento autonomo antagonista. Da quel momento gli scienziati, per gli umanisti, sarebbero coloro che pensano al particolare, all’immanente, alle vili cose materiali, perdendo di vista i grandi temi che da sempre hanno agitato l’umanità (da dove veniamo? dove andiamo? Come s’è originata la vita?), mentre, agli occhi degli scienziati, filosofi e letterati apparirebbero come sognatori che vivono in un mondo fantastico, utopico, irreale.

Con riferimento all’Italia il pensiero corre a scrittori come Benedetto Croce e Pier Paolo Pasolini, per i quali la scienza non faceva parte della vera cultura e, ancor più, alla riforma scolastica di Giovanni Gentile, tutta incentrata sulla preponderanza degli studi umanistici su quelli tecno-scientifici.

Occorre intanto osservare che, assai prima della rivoluzione industriale, è stata la razionalità umanistico-rinascimentale a mettere in crisi le certezze assolute ereditate dal passato, riscoprendo il positivismo greco-romano e cominciando a confutare verità a lungo acriticamente accolte, poggianti soltanto sull’autorevolezza di singoli autori (si ricordi l’ipse dixit riferito prima a Pitagora e poi ad Aristotele). In tal senso, basti qui richiamare il caso di Giordano Bruno, arso vivo in Piazza Campo dei Fiori a Roma nel 1600 per aver sostenuto l’infinità dell’universo in contrasto con la teoria tolemaica, e quello di Galileo Galilei, costretto all’abiura nel 1633 per aver asserito che è la terra a girare attorno al sole e non viceversa.

Lo scrittore inglese mostra di rimpiangere i tempi in cui l’uomo colto era portatore di una conoscenza universale, quando arte, letteratura e scienza convivevano armonicamente, contaminandosi a vicenda; rimpianto per l’epoca classica in cui matematica e fisica erano il fondamento dell’umana sapienza al pari della filosofia e delle lettere, come confermerebbe quanto afferma Galilei nel suo “Dialogo sopra i due massimi sistemi”, dove riferisce che Platone, uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi, avrebbe fatto incidere sulla porta d’ingresso dell’Accademia la frase: “non entri chi è ignorante di geometria”. Ma si potrebbe anche ricordare che la monumentale “Enciclopedia” settecentesca, incarnazione dell’Illuminismo europeo, si deve all’opera congiunta di un letterato (Denis Diderot) e di un matematico (Jean-Baptiste d’Alembert).

Nella seconda edizione del suo saggio, Snow aggiunge un capitolo in cui auspica il superamento della divaricazione segnalata attraverso la radicale riforma dei programmi scolatici, così che le discipline tecnico-scientifiche dialoghino costantemente con quelle umanistico-letterarie. Principio, questo, a cui si sarebbe ispirato nel 1995, a distanza di oltre 30 anni dalla pubblicazione di Snow, l’opera dello statunitense John Brockman, intitolata “La terza cultura”, nella quale scienziati di varie discipline, all’uopo reclutati, si rivolgono direttamente al lettore, esponendo le loro ricerche e le connessioni di esse con gli aspetti filosofici, religiosi, politici ed economico-sociali che se ne possono desumere.

Di fatto, scientemente o no, tale impostazione altro non fa che ribaltare la situazione antecedente alla rivoluzione industriale, non essendo più la cultura umanistica a primeggiare sulla scientifica, ma quest’ultima, sia pure riveduta e corretta, a prevalere sulla prima. Senza contare il pericolo che la soluzione adottata finisca per scontentare tutti i potenziali fruitori, potendo risultare superficiale e generica per gli specialisti e non molto convincente per i letterati.

In verità, gli ultimi decenni hanno visto una sempre maggiore integrazione e collaborazione tra campi di studio prima considerati distinti, e conosciuto in tale direzione la nascita di alcuni movimenti interdisciplinari (ad esempio nel campo della biologia evoluzionistica, della genetica, dell’informatica, della neurofisiologia, della psicologia).

Ma dopo tutto c’è da chiedersi: è realistico in una società che reclama specializzazioni sempre più spinte, pensare a un ritorno dell’uomo enciclopedico, un novello Leonardo da Vinci che, mentre progetta macchine avveniristiche, cura le scienze naturali, realizza dipinti immortali, scrive musiche e componimenti poetici? E, per altro verso, si può oggi rinunciare al progresso scientifico che potremmo definire “di frontiera”, sul quale si appuntano le maggiori speranze per risolvere i problemi che ancora affliggono l’umanità, specie sul piano delle disuguaglianze economiche?

Bisogna pur convenire che se agli studi filosofico-umanistici si devono conquiste del pensiero di enorme valore sul piano della convivenza civile (ideazione dei sistemi politici, messa a punto dei codici giudiziari, affermazione della dignità umana e dei diritti sociali, uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge), alle conoscenze tecnico-scientifiche è da attribuire il merito di avere debellato malattie terribili che hanno falcidiato in passato milioni di vite umane. Grazie ad esse è cresciuta l’istruzione, si vive meglio e più a lungo, si lavora meno e con minor fatica. È con l’ausilio della scienza che si può sperare di colmare lo iato che separa i Paesi ricchi dai Paesi poveri, non soltanto per ragioni di giustizia sociale (cosa auspicabile in sé), ma soprattutto per gettare le basi di una pace duratura tra i popoli della quale, specie coi tempi che corrono, sentiamo un gran bisogno.

Ci meravigliano oggi le schiere di diseredati che premono sull’Europa in cerca di condizioni più dignitose di vita, ponendoci problemi economico-sociali di non facile soluzione. Ma occorre rammentare che, in un mondo in cui tutto è connesso e in presenza di sperequazioni economiche così vistose, sarebbe innaturale che ciò non avvenisse. Sarebbe come volere impedire alle masse d’aria fredda di convergere verso le zone a bassa pressione, dove pure provocano perturbazioni e spesso anche danni; come pretendere, in presenza di vasi comunicanti, che non si verifichi la tracimazione dei liquidi dai livelli più alti verso quelli inferiori, fino al raggiungimento di un sostanziale equilibrio.

Personalmente, oltre alle evocate “due culture” (umanistica e scientifica), distinguerei, nel medesimo campo, anche tra scienza e tecnica, tra chi mette a punto un’invenzione e chi è chiamato a praticarla. Non si può affidare a qualcuno un mezzo potente senza spiegargli prima come funziona e come usarlo per evitare conseguenze irrimediabili. Ricordo, per uscire dal vago, che proprio tale discrasia è stata ed è causa in sede ambientale, quella che mi è più familiare, di danni colossali. Si pensi all’impiego scriteriato, specie in montagna, di possenti mezzi meccanici usati per aprire strade, spesso inutili e senza opere di mitigazione; allocare complessi residenziali su versanti instabili; eseguire “a rittochino” (dall’alto in basso) lavorazioni profonde su terreni agricoli in pendio, dando così la stura a fenomeni erosivi dagli esiti inimmaginabili.

D’accordo con Snow, ritengo che l’incomunicabilità tra uomini di scienza e letterati non possa che nuocere tanto agli uni quanto agli altri e, in definitiva, a tutta la società. E che punti di contatto tra le due categorie, se non proprio promiscuità, siano oltremodo proficui, specie quando occorre assumere decisioni fondamentali. S’immagini cosa sarebbe potuto accadere, durante il recente periodo pandemico, se comunità scientifica e potere esecutivo si fossero ignorati o, peggio ancora, avversati.

Gli uomini di lettere, spesso più dei tecnici investiti di grandi poteri e perciò chiamati ad adottare decisioni di grande rilevanza pubblica, dovrebbero conoscere almeno le principali conquiste della scienza, così come gli scienziati il valore della cultura umanistica, che anzi dovrebbe guidare e contemperare il loro operato.

Per conoscere noi stessi e i nostri simili non conosco modo migliore che studiare autori come Dante, Leopardi, Shakespeare, Hugo, Dostoevskij (volendo citare qualche nome); per orientarci nel mondo che ci circonda non ci dovrebbero mancare i punti cardinali di riferimento che la scienza ci mette a disposizione (teoria evoluzionistica, legge di gravitazione universale, velocità della luce, metodo scientifico, ipotesi sulla struttura dell’universo …): Keplero, Darwin, Galileo, Newton, Einstein, Hawking …

L'autore

Giuseppe Giaimi

Già Dirigente dell'Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di
Messina e Docente a contratto presso le Università di Reggio Calabria e Palermo

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