Lentinus tigrinus (Bull. : Fr.) Fr. 1825

Un fungo dall’aspetto tipicamente “tigroso” per il quale, a ragion veduta, ha origine il suo nome scientifico. Nonostante sia dotato di imenoforo a lamelle, viene stranamente inserito nell’ordine Polyporales nel quale sono tipicamente ospitati funghi con imenoforo a tubuli e pori.

Lentinus tigrinus, protagonista della nostra “Riflessione Micologica”, presenta un caratteristico portamento pleurotoide che, a prima vista, può facilmente orientare la determinazione degli esemplari verso le specie appartenenti al genere Pleurotus, dalle quali differisce per alcune tipicità come, ad esempio, la conformazione del filo lamellare che è caratterizzato da un andamento dentellato che è specificatamente indicativo del genere Lentinus; la presenza sul cappello e sul gambo di numerose squamette di colore nerastro; il residuo del velo parziale che, nei giovani esemplari, si presenta sotto forma di cortina posizionata nella zona apicale del gambo.

 

Genere Lentinus Fr. 1825

Al genere, la cui specie tipo è Lentinus crinitus, appartengono basidiomi di medie dimensioni a crescita prettamente lignicola, non putrescenti, con portamento pleurotoide, omogenei (quando cappello e gambo sono costituiti da struttura cellulare analoga, non separabili nettamente uno dall’altro), caratterizzati da lamelle fortemente decorrenti (quando si prolungano a lungo sul gambo) con margine denticolato, seghettato; spore in massa bianco-biancastre identificative di specie fungine appartenenti al gruppo dei fughi leucosporei. Alcune tra le varie specie ospitate nel genere presentano caratteristiche morfo cromatiche molto simili che ne rendono difficoltosa la determinazione che richiede, spesso, il ricorso all’esame microscopico.

 

Lentinus tigrinus (Bull. : Fr.) Fr.

Systema Orbis Vegetabilis (Lundae) 1: 78 (1825)

 

Basionimo: Agaricus tigrinus Bull. 1782

 

Posizione sistematica(1): classe Basidiomycetes, ordine Polyporales, famiglia Polyporaceae, genere Lentinus.

 

Etimologia

Lentinus: dal latino lentus = flessibile, persistente, tenace

Tigrinus = tigrino, maculato, con espresso riferimento alle squamule che lo adornano rendendolo similare al mantello di una tigre

 

Sinonimi principali: Clitocybe tigrina (Bull.) P. Kumm. (1871); Panus tigrinus (Bull.) Singer (1951); Pleurotus  tigrinus (Bull.) Kühner (1980)

 

Descrizione macroscopica

Specie fungina saprofita (2) a tipica crescita gregaria, spesso in forma cespitosa, fascicolata, agente di carie bianca. (3)

 

Inonotus tamaricis superficie sterile
Lentinus tigrinus Foto Marco Bianchi
Inonotus tamaricis superficie fertile
Lentinus tigrinus Foto Marco Bianchi
Inonotus tamaricis carpofori maturi
Lentinus tigrinus Foto Marco Bianchi
Inonotus tamaricis vecchio esemplare
Lentinus tigrinus Foto Marco Bianchi


Cappello di piccole-medie dimensioni, generalmente 3-10 cm., emisferico nella fase iniziale di crescita, poi convesso-appianato fino a concavo-depresso, ombelicato ed infine profondamente imbutiforme. Superficie inizialmente bruno-nerastra per la presenza di numerose squamette fitte, fibrillose, concentriche, poi, verso la maturazione, con l’espansione del cappello, di colore crema-ocraceo-biancastro con le squamette concentrate nella zona centrale e rade verso il margine che inizialmente involuto si rettifica verso la maturazione presentandosi sottile, lobato. Imenoforo a lamelle fitte ed intervallate da numerose lamellule, decorrenti sul gambo; di colore biancastro negli esemplari giovani, tendono al crema-giallastro, a volte con sfumature rosate, verso la maturazione. Il filo delle lamelle si presenta sempre denticolato, seghettato, lacerato, ondulato; caratteristica, questa, identificativa delle varie specie appartenenti al genere. Gambo quasi sempre eccentrico, a volte anche centrale, cilindrico o ricurvo, pieno, rastremato (assottigliato) alla base, di colore biancastro, ricoperto da squamette nero brunastre nella parte basale; nella zona apicale, immediatamente sotto l’attaccatura delle lamelle, è presente, nei giovani esemplari, un residuo biancastro di cortina (struttura filamentosa, simile ad una ragnatela che protegge l’imenoforo nella prime fasi di svuluppo, tipica delle specie fungine appartenenti al genere Cortinarius) evanescente a maturazione. Carne di colore bianco-biancastro con sfumature crema, immutabile al taglio e nel tempo, con odore gradevole, lieve, fungino, leggermente di latte bollito; sapore mite ma leggermente acidulo dopo lunga masticazione. Sporata bianco-biancastra.

 

Habitat

Specie saprofita, cresce dalla primavera all’inverno, anche inoltrato, a gruppi di numerosi esemplari, su residui marcescenti di latifoglie o in zone morte di culture arboree vive.

 

Commestibilità

NON commestibile per la consistenza della carne troppo coriacea.

In alcune zone del Sud Africa è di interesse alimentare [Vizzini, 2012 con riferimento a Lechner & Albertò].

 

Specie simili

  • Lentinus lepideus (Fr. : Fr.) Fr. (1838) = Neolentinus lepideus (Fr. : Fr.) Redhead & Ginns (1985)

Molto simile per l’analoga conformazione del cappello ricoperto da squamette, differisce per la consistenza della carne che si presenta molto carnosa, per le lamelle rade e per il forte odore di anice.

 

  • Lentinus ponderosus  O. K. Mill. (1965) = Neolentinus ponderosus (O.K. Mill.) Redhead & Ginns (1985)

Simile a L. tigrinus per la presenza, sul cappello, di numerose squamette di colore ocra-brunastro, differisce per le dimensioni maggiori che raggiungono anche i 15-20 cm. di diametro; per il gambo slanciato e decorato da scagliosità forforacee; per l’habitat di crescita che lo lega a conifere, specialmente del genere Pinus

 

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  1. Le specie appartenenti al genere Lentinus, in considerazione della particolarità morfologico-strutturale di natura macro e microscopica che li caratterizza, hanno da sempre manifestato una certa difficoltà nell’essere adeguatamente posizionate nella sistematica fungina, tanto da venire considerate a posizionamento incerto (incertae sedis: espressione latina utilizzata in tassonomia per indicare l'incapacità di collocare esattamente un taxon all'interno di uno schema di classificazione). Fu il micologo tedesco Rolf Singer (Schliersee, 23 giugno 1906 – Chicago, 18 gennaio 1994), nel 1986, che in considerazione delle forti analogie che le legano al genere Polyporus, nonostante l’imenoforo a lamelle, ritenne opportuno inserirle nella famiglia delle Polyporaceae caratterizzata, invece, da imenoforo a tubuli e pori.

Le analogie riscontrate da Singer trovarono, successivamente, conferma nel tempo e comprovate da studi di natura filogenetico-molecolare condotti tra l’anno 2000 ed il 2011, da numerosi studiosi, che hanno dimostrato la vicinanza delle specie appartenenti al genere Lentinus a quelle del genere Polyporus [Vizzini, 2012]. E’ opportuno però evidenziare che i limiti e le affinità tra le specie appartenenti alle famiglie prese in considerazione continuano ad essere, come già in passato, ancora molto controversi.

  1. Saprofita: quando è solito nutrirsi di sostanze morte ed ha, quindi, tipica crescita su residui marcescenti. Accade spesso che specie fungine fruttificano su culture arboree in fase rigogliosa di crescita attecchendo su zone necrotizzate delle stesse.
  2. La carie, o marciume del legno, è una patologia vegetale che causa la progressiva degenerazione dei tessuti legnosi di piante vive o del legname in conservazione o in opera. Viene diversificata, generalmente, in carie bianca e carie bruna. La carie bianca é diffusa su numerose specie arboree, sia di latifoglie che di conifere e viene causata da specie fungine appartenenti   tanto alla classe dei Basidiomiceti quanto a quella degli Ascomiceti i quali agiscono eliminando in maniera progressiva la lignina, conferendo, di conseguenza, ai tessuti legnosi attaccati, un aspetto chiaro, biancastro. La carie bruna è la conseguenza della progressiva degradazione della cellulosa che deteriorandosi perde di consistenza assumendo un colore bruno scuro. Le specie fungine che agiscono quali agenti di carie, bianca o bruna, assumono la denominazione di “parassiti da ferita” in quanto trovano facilità di attecchimento in corrispondenza delle ferite del tronco arboreo, nei tagli di potatura, nelle ferite provocate da insetti, nelle lesioni traumatiche della corteccia. Normalmente l’attacco invasivo viene realizzato dal micelio che, dopo aver condotto un periodo di vita saprofitario su organi morti della pianta, riesce a penetrare all’interno della massa legnosa attaccandone le parti vive [Goidànich G. 1975].

 

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Disegno: Gianbattista Bertelli

Foto: Marco Bianchi

 

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Bibliografia di approfondimento:

  • Boccardo Fabrizio, Traverso Mido, Vizzini Alfredo, Zotti Mirca - 2008: Funghi d’Italia. Zanichelli. Bologna (ristampa 2013)
  • Goidànich Gabriele - 1975: Manuale di patologia vegetale. Vol. II,. Edizioni Agricole, Bologna
  • IF - Index Fungorum database. www.indexfungorum.org (ultima consultazione luglio 2018)
  • MB - Mycobank database. www.mycobank.org (ultima consultazione luglio 2018)
  • Moser Meinhard – 1980: Guida alla determinazione dei funghi. Polyporales, Boletales, Agaricales, Russulales. Vol. 1. Arti Grafiche Saturnia, Trento
  • Oppicelli Nicolò – 2012: I funghi e i loro segreti. Erredi Grafiche Editoriali, Trento
  • Papetti Carlo, Consiglio Giovanni, Simonini Giampalo -2004: Atlante fotografico dei funghi d’Italia, Vol. 1. Seconda ristampa. A.M.B. Fondazione Centro Studi Micologici, Trento
  • Vizzini Alfredo – 2012: Lentinus tigrosus: morfogenesi dei basidiomi e tasonomai di una specie comune. Bollettino Amer Anno XXVIII n. 87 (3): 31-35