“Stella nera” di Marisa Bulgheroni

Come si sopravvive ad una perdita? Ognuno attua strategie consolatorie del tutto personali; non c’è un antidoto universalmente valido. E cosa succede se a scomparire è l’Amore della propria vita? Ce lo racconta Marisa Bulgheroni nel suo romanzo “Stella nera” - Frammenti di una vita a due, in cui ci offre una delicata testimonianza di vita e di morte.

L’impressione è quella di frugare tra le pagine di un diario che custodisce riflessioni personali che l’autrice rivolge a sé stessa; considerazioni esistenziali, nel tentativo di resistere al distacco. Lungo la narrazione, il diario assume spesso i contorni di una lettera rivolta all’amato scomparso; si rammentano episodi di vita vissuta insieme, si riallacciano i nodi con le esperienze materiali ed emotive condivise. Infine, quasi inavvertitamente, la forma epistolare lascia spesso spazio a quella dialogica, che, in quanto tale, presuppone una risposta da chi non è più in grado di darla; non nelle forme canoniche, almeno.

Infatti, nella consapevolezza della scomparsa, ma in un’ottica di separazione solo temporanea, per il naturale congiungersi del destino terreno con quello ultraterreno, è la vita di una “voce” che si vuol continuare ad alimentare. La voce dell’amato che persiste nell’accompagnare i gesti quotidiani di un’esistenza che si è come svuotata, “dimezzata”; una voce che fa crollare il muro eterno che separa i vivi e i morti, il quale al suo cospetto diventa velo inconsistente e impalpabile. E se la voce tace, è la penna che urla i ricordi e ne implora il ritorno anche se fosse soltanto nella forma di una flebile eco.

Emerge, dunque, la centralità della parola che colpisce per la sua voracità. Nella forma scritta, parlata, ricordata, rievocata, urlata, immaginata, essa esprime e si appropria di ogni pensiero, di ogni ricordo, di ogni speranza, di ogni fine e di ogni auspicabile inizio in un indefinito altrove. Oserei dire che si tratti della reale protagonista della storia. La parola si declina al passato e al futuro, in modo impietoso, per consolare, certamente, ma anche per individuare tenui spiragli di un futuro incerto e per “elaborare il lutto” attraverso i ricordi, verso la sua totale accettazione, nel segno della compiuta rassegnazione.

I ricordi svelano i dettagli di una vita come ce ne sono tante; normale. È una vita fatta, non solo di momenti gioviali e di altisonanti sentimentalismi, ma anche di dubbi, crisi, litigi e incomprensioni che il profondo affetto ha trionfalmente permesso di superare. Come in altre storie è il sopraggiungere della morte che interrompe l’idillio; inavvertitamente si spezza un legame e si rimane attoniti spettatori dell’imprevedibilità degli eventi. Allora, se la trama si ripete così spesso nelle vite degli uomini, cosa rende questa storia “diversa”? La risposta si ottiene analizzando il ruolo giocato dalla morte. Essa non ha solo, banalmente, annientato un legame ma ha infuso in chi è rimasto la forza sufficiente a trasformare la cieca sofferenza in racconto. Ed è qui che si compie il miracolo: chi è rimasto, ha consegnato la propria vita coniugale alla pagina scritta, che la custodisce come un pregiato scrigno. Così, la forza evocativa e notoriamente eternatrice della parola, l’hanno resa perenne, conferendole, altresì, i toni della “leggenda”.

È leggendaria, dunque, la storia intima e tenera di cui la Bulgheroni ci fa dono. Essa rappresenta per il lettore anche un momento di personale riflessione: Stiamo realmente apprezzando l’Amore che abbiamo? Lo stiamo nutrendo di attenzioni necessarie ad alimentarlo, affinché, un giorno, guardandoci indietro, non ci siano rimpianti ad attanagliarci? E ancora: Abbiamo mai realmente sperimentato l’Amore vero, fatto di normalità e, al contempo, di eccezionalità? Cosa faremmo se, avendolo, lo perdessimo? Saremmo animati dallo stesso desiderio dell’autrice di seguire anche nella morte il consorte? Dopo averla letta ognuno saprà certamente dare le opportune risposte a ciascun quesito emerso.

“Stella nera” è il racconto di un amore, dove “amore” fa rima con “casa”, con “terra di appartenenza” che con la scomparsa dell’amato, diventa terra impraticabile, non più accessibile, trasformando chi rimane in “esule”. Le vicende rievocate, soprattutto quelle interiori, sono rese poetiche dall’assenza e dalla malinconia che ne deriva. Il divario temporale, inoltre, fa parlare loro lingue diverse, eco di un tempo passato che è scolpito nel cuore.

Al lettore attento non sfuggiranno i riferimenti letterari di cui il testo è intessuto a volte in modo più palese, altre più celatamente. E così si passa da plurime rievocazioni petrarchesche, a quelle oraziane, con echi che richiamano alla mente Ciro da Pers e poi ancora Melville o Hemingway. Sono richiami utili a sottolineare soprattutto l’inesorabilità della morte, l’incessante scorrere del tempo di fronte al quale nessuno sforzo può essere utile, neanche quello offerto dalla scienza, la quale, insieme alla storia umana di cui è figlia, mostra i suoi invalicabili limiti.

La struttura del testo è volutamente frammentaria e non potrebbe essere diversamente. È un modo originale di raccontare una storia attraverso i suoi “frammenti” costitutivi, ovvero singoli episodi che rappresentano squarci di vita vissuta. La frammentarietà non è però sinonimo di lacunosità o di incompletezza, poiché, come accade con le tessere di un puzzle, si incastrano tutti perfettamente, svelando una potente unità di insieme che è simbolo della totalità di una vita condivisa.

Si noterà, nel corso della narrazione, un continuo richiamo al contesto storico e naturale in cui le vicende si esplicano. La natura sembra partecipe degli episodi, incorniciando la storia d’amore e proponendosi nel suo aspetto panteistico, di fusione uomo- natura. La natura consola, accudisce e si ripete, accompagnando varie fasi esistenziali; cambiano i protagonisti, le sensazioni, i sentimenti provati, le dinamiche in atto, ma lo scenario è sempre identico. Sono luoghi fisici, certamente, ma assumono le connotazioni di luoghi dell’anima, in un ciclico avvicendarsi di eventi. Sono luoghi che hanno accompagnato l’inizio e che, nel momento conclusivo, accarezzano la fine.

Il contatto con la storia è più aggrovigliato. L’autrice si abbandona a riflessioni che rimarcano la distanza che la separa dalle giovani generazioni. Si sminuisce, per certi versi, l’amore al tempo di internet, reso immateriale, più immediato e forse per questo più evanescente e meno duraturo; la Bulgheroni lo lascia intendere anche meno puro e meno profondo; meno vissuto e meno sofferto. Ma, se qualcuno potrebbe esserne indispettito, nella certezza quasi scontata che non è lo strumento cui si fa ricorso a dare valore ad un sentimento, altri potrebbero convenire con questa visione dell’amore “d’altri tempi”, in tutti i sensi.

Il tono della narrazione tocca, a volte, punte di eccessiva malinconia. Inevitabile, si direbbe, visto l’argomento affrontato, eppure a tratti oltremodo acuto. L’invito è a biforcare il punto di vista. Il primo, è quello del lettore, il quale è naturalmente portato ad estrapolare dalla vicenda il lieto fine. Per quanto contrassegnata da una patina lugubre, è una storia esemplare, genuina, di estrema rarità per l’autenticità di valori ritrovati in essa; suscita una certa ammirazione e il desiderio di poter sperimentare personalmente un’esperienza emozionale così ricca; lo struggimento che subentra nel momento della separazione assume, paradossalmente, una valenza positiva in quanto è indice di un amore che ha basi solide e incorruttibili, che ambisce all’eternità, che è degno anche di essere sofferto. Chi lo ha vissuto è un privilegiato e che sia interrotta dalla morte, come ogni esperienza terrena, è inevitabile; è insito nel significato stesso di vita. E allora, perché, affliggersi se si è degli “eletti”? Se, come succede a pochi, si è riusciti a guardare l’Amore negli occhi? Se lo si ha avuto a fianco per un’intera vita?

La risposta è nel secondo punto di vista, preponderante, irruento, dell’autrice. Lei non può sottrarsi all’estrema malinconia; vive il dolore della perdita sulla sua pelle e lo elabora sulla pagina scritta riversandovi una carica di pathos che solo al lettore, partecipe ma pur sempre esterno alla vicenda, può risultare eccessivo, mai a lei, per la quale, probabilmente, nessuna malinconia sarebbe abbastanza profonda da contenerne il tormento. 

La lezione più banale che questa storia ci insegna è che la chiave per essere felici in due non è essere perfetti, poiché la perfezione sfugge ad ogni definizione ed è per questo inconsistente, ma saper comunicare. La soluzione ad ogni incomprensione, segreto della durevolezza dei rapporti, è raccontarsi, confrontarsi, svelarsi alla persona che si ha accanto nel tentativo di comprendersi; e nella comprensione delle ragioni del partner, riconoscervi le proprie e rendere così l’uno l’estensione dell’altro. 

Ne consiglierei la lettura ai romantici, per appagare la loro fame di sentimentalismo. La consiglierei anche ai più scettici sull’argomento, per dare prova che l’Amore irrompe nelle vite, che lo si voglia o no; si concretizza nella normalità di gesti e individui, e non soltanto nelle straordinarie manifestazioni proposte da film e romanzi, che lo rendono inverosimile eccezione sempre troppo estranea a noi. La consiglierei a quanti abbiano ancora il coraggio di commuoversi di fronte ad una storia senza tempo, che scruta da vicino il volto dell’Amore.

 

A cura di Anna Zappalà