L’altopiano ibleo come luogo di scontro e incontro di popoli tra la prima e la seconda età del ferro

Viene dai lontani anni ’70 , l’interesse del Professore Massimo Frasca nei confronti del complesso montuoso-collinare ibleo e dei suoi antichi abitanti. Dal  professore Giovanni Rizza gli fu assegnata una tesi di laurea affascinante: lo studio della necropoli del Monte Finocchito presso Noto, esplorata alla fine dell’800 da Paolo Orsi. A distanza di vari decenni, divenuto ormai  professore di Archeologia della Magna Grecia e Sicilia presso l’università  di Catania, Massimo Frasca riprende in mano le “usate” carte, arricchite da recenti contributi di eminenti studiosi, da splendide fotografie e da accurate cartine topografiche e dà alle stampe l’agile volumetto : “Archeologia degli Iblei”( 2015, Scicli , Edizioni di Storia e studi sociali, pp 189) .

Lo studio tende a definire in un’area campione, quella della Sicilia Ibla, i rapporti tra le popolazioni indigene dell’isola e i coloni greci,nel periodo compreso tra la prima e la seconda età del ferro. Tra le fonti letterarie , la voce più autorevole , quella dello storico greco Tucidite( La guerra del Peloponneso VI 3,2-3)  dà un’ interpretazione “elleno- centrica”delle vicende che coinvolsero  gli antichi abitanti e i colonizzatori greci. Egli parla di scontri violenti ,il cui esito fu generalmente la  “cacciata “ dei Siculi, bollando con un termine ignominioso, l’onore di un popolo. Tucidite è tardo, rispetto ai fatti narrati, e di parte e quindi poco attendibile. Al popolo dei Siculi, fa riferimento Filisto ,antico storico locale, che racconta che un popolo proveniente dall’Enotria,al seguito dell’eponimo Siculo, si stanziò  nelle terre abbandonate dai Sicani  dopo una devastante eruzione dell’Etna. I Siculi non si posizionarono sulle coste, ritenendole poco sicure e malsane ma nelle zone interne dell’altopiano, dove la vegetazione era fitta e rigogliosa. Elaborarono una loro civiltà, certamente non raffinata e sviluppata come quella greca ma non priva d’interesse. Nel ricostruire il percorso di questi popoli ,però è preferibile abbandonare le fonti letterarie e, piuttosto,  dar credito, alla ricerca archeologica che non fa leva su fittizi valori e disvalori, ma si basa su dati certi. I reperti rinvenuti nelle necropoli indigene di Villasmundo, Monte Finocchito, di Cuciniello-Rito (Ragusa), etc. riescono a fornire svariati elementi di comparazione e di indagine. Le sepolture indigene  sono quelle a grotticella artificiale, scavate nella roccia e riunite in gruppi sui fianchi delle colline, esse sono plurime e i defunti, in fase più antica,  sono piegati di fianco in posizione fetale mentre, in fase più recente,sono distesi sul dorso. Il corredo funebre è un elemento di rilevante importanza per analizzare i rapporti tra le due comunità. Nelle sepolture più antiche non esistono quasi differenziazioni di “status” , solo nei corredi muliebri è evidente una qualche diversità: le suppellettili sono semplici, costituite da vasellame locale e da oggetti ornamentali di ferro o di osso, quali le fibule. Mancano le armi, probabilmente trafugate nelle depredazioni secolari cui furono soggetti i siti in questione. Nelle sepolture più recenti (  facies di Pantalica IV-Finocchito), accanto alla prevalente ceramica di tradizione locale, fanno la loro comparsa alcuni vasi, come le oinochoai geometriche a bocca larga dipinte e incise ,indizi di contatti diretti o mediati con i Greci. Le numerose testimonianze di tal tipo, offrono all’archeologo la possibilità di ipotizzare l’esistenza di un equilibrio fra e le due comunità e in taluni casi anche di una sorta di sinecismo. Gli scambi tra i due popoli, dopo un’ iniziale conflittualità, hanno determinato, tra l’VIII e VII sec, da parte degli indigeni , l’abbandono dei villaggi e la formazione di grandi agglomerati su alture dominanti le pianure e sui corsi d’acqua con una probabile interazione pacifica. Ci  sembra convincente la visione indigeno-centrica dello studioso E.Ciaceri e ipotizzare che l’incrocio delle due civiltà, l’autoctona e quella greca, abbia potuto contribuire a determinare quelle peculiarità d’ingegno e di carattere che fanno grande il popolo siciliano.