La più grande invenzione dell’umanità, fonte di traguardi inimmaginabili e di immani disastri.

Qual è, secondo voi, la più grande scoperta messa a segno dall’uomo nel corso della sua storia plurimillenaria? 

È la domanda che rivolgevo spesso ai ragazzi di scuola media o di liceo negli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso, quando mi recavo presso gli Istituti scolastici a parlare di ecologia, una disciplina allora poco nota e ancor meno praticata.

Com’è facile immaginare, le risposte alla domanda data erano le più disparate, anche in relazione all’età e alla preparazione degli studenti: la scrittura, l’elettricità, il motore a scoppio, il telefono, la radioattività, la relatività di Einstein, gli antibiotici, il calcolatore elettronico, e così via.

Curiosamente, nessuno dei ragazzi interpellati ha mai pensato alla ruota, la cui invenzione viene collocata dagli studiosi di storia antica in Mesopotamia intorno al 4.000-3.500 a. C. ad opera dei Sumeri. Eppure, a ben riflettere, nella sua semplicità, essa rappresenta una delle più straordinarie conquiste dell’uomo, senza la quale la tecnologia attuale sarebbe ben diversa da quella che è. 

Cose simili si potrebbero ripetere per ciascuna delle invenzioni sopra citate e di molte altre che a quelle si potrebbero aggiungere. 

La scrittura, ad esempio (3.300 a. C., sempre ad opera dei Sumeri), ha segnato il passaggio dalla preistoria alla storia, consentendo di trasferire alle generazioni future le conoscenze via via acquisite dalle precedenti, rendendo così possibili scoperte sempre più avanzate; l’invenzione della stampa a caratteri mobili (Gutenberg, 1455) ha contribuito non poco alla diffusione della cultura, appannaggio un tempo di pochi privilegiati; prima che arrivassero gli antibiotici (inizio del XX secolo) si rischiava la morte per una banale infezione che in atto è facile curare con una pillola o una puntura; spostarsi a dorso di mulo, in attesa del motore a scoppio (seconda metà del XIX secolo), poteva richiedere giorni di viaggi disagevoli, laddove ora bastano ore o minuti di macchina; prima del telefono (fine ‘800), per comunicare a distanza altro non c’era che la lettera vergata con la penna d’oca, da affidare alla diligenza trainata da cavalli.

Tutti questi ragionamenti, tuttavia, non tengono conto di un fatto fondamentale: che nessuna di quelle conquiste sarebbe stata possibile senza l’avvento dell’agricoltura, la quale, pertanto, deve essere considerata a ragione la più importante invenzione dell’umanità. Prova ne sia che tutte le altre sono ad essa successive, fatta eccezione per la “scoperta” del fuoco, intesa come la capacità, esclusiva del genere umano, di provocarlo, governarlo e preservarlo nel tempo (si pensi ai vantaggi che la padronanza del fuoco ha comportato nel campo della difesa dagli animali aggressivi e dal freddo, nell’igiene alimentare e nella nascita della metallurgia). 

Sono il solo a pensarla così? Niente affatto.

Già Socrate nel V secolo avanti Cristo sosteneva che l’agricoltura è madre e nutrice di tutte le arti (Senofonte, Economico, V, 17). Per l’Enciclopedia Agraria Italiana (pag. 209) l’agricoltura è la stessa civiltà umana, la causa e l’origine di quella civiltà che può dare le espressioni più elevate dei valori umani. La stessa Enciclopedia non esita a derivare il termine humanitas da humus, la terra naturale trasformata in terreno agrario grazie all’impegno profuso dall’uomo. Gordon Child, archeologo inglese del XX secolo, fondatore della moderna paleontologia, pone l’agricoltura a base della rivoluzione neolitica, quella che ha dato l’impronta all’epoca in cui viviamo (Matteo Minelli, Agricoltura: passato e futuro della nostra storia). Insomma, agricoltura e civiltà sono un binomio inscindibile, l’una emanazione dell’altra. I popoli più progrediti hanno avuto agricolture più avanzate, le quali a loro volta hanno impresso ai processi culturali accelerazioni prima impensabili. Finché l’homo sapiens è vissuto di cacciagione e dei frutti spontanei della terra, nessun cambiamento sostanziale, in diverse migliaia di anni dalla sua comparsa, si è registrato nell’organizzazione sociale e nelle conquiste intellettuali. Tutto invece è velocemente cambiato da quando egli ha imparato ad addomesticare piante ed animali, adattando l’ambiente alle sue esigenze e non viceversa, affrancandosi in buona misura dalla stagionalità e dai cicli biologici naturali. In un tempo relativamente breve, infatti, da nomade diventa stanziale, dando origine ai primi insediamenti stabili e intensificando scambi culturali e commerciali, tanto all’interno della comunità di appartenenza, quanto tra le diverse etnie. 

Merita segnalare in proposito che protagoniste principali di questa autentica rivoluzione sono state le donne, addette alla semina e alla raccolta delle prime granaglie, mentre gli uomini si applicavano alla caccia e alla guerra fra tribù.

Messo in dispensa quanto serviva per sopravvivere nei momenti di penuria alimentare, l’uomo trova il tempo da dedicare all’osservazione e alla speculazione. Per la prima volta fa la sua apparizione il surplus, l’eccesso di produzione rispetto al consumo, base dell’attuale capitalismo. Inizia la ripartizione dei compiti: alcuni curano la produzione, altri la custodia, altri ancora la distribuzione o il baratto dei prodotti accumulati. A distanza di pochi secoli, accanto ad agricoltori, pastori e commercianti troviamo artigiani, agrimensori, astronomi, matematici, militari, medici, filosofi, commediografi, poeti, musici, santi e predicatori. Prende forma, insomma, la società che oggi conosciamo. 

Sorprendente è il fatto che l’agricoltura non sia sbocciata in un sol punto della terra, ma in differenti distretti geografici e in tempi sfalsati, l’una ignara dell’altra, ognuna con le sue peculiarità, le sue tecniche, le sue piante e i suoi animali tipici. Alcune specie vegetali assumono tale importanza nell’economia generale e nell’organizzazione sociale da assurgere a simbolo delle più grandi civiltà fiorite nel mondo: il grano in Occidente, il riso in Oriente, il mais nell’America precolombiana, la manioca in Africa. Come sorprendente è scoprire che, al contrario di quanto si possa ritenere, la frutticoltura è successiva di qualche millennio alla coltivazione dei cereali, soprattutto a causa dei cicli biologici più lunghi delle piante arboree e delle maggiori cure che esse richiedono. 

Purtroppo, agli immensi benefici, diretti e indiretti, resi dall’agricoltura all’umanità nei campi più disparati (alimentazione, abbigliamento, scienza e tecnica, medicina, arte, letteratura, ecc.), alcuni suoi “sottoprodotti” hanno avuto conseguenze disastrose. Con essa è aumentata, come mai prima sul nostro pianeta, la popolazione umana, con le conseguenze a tutti note. Si stima che al tempo della “rivoluzione agricola” l’umanità non contasse oltre il milione di individui, cifra raggiunta dopo molte decine di millenni. Negli ultimi 12-13 mila anni, invece, nonostante guerre ed epidemie ricorrenti, la popolazione mondiale è cresciuta in modo tumultuoso, tanto da toccare gli attuali 7,8 miliardi di effettivi e avviarsi verso i 9 miliardi a fine secolo. Ciò ha dato vita ad un circolo vizioso inarrestabile: più disponibilità alimentari e migliori condizioni di vita hanno significato maggiori probabilità di sopravvivenza per i nuovi nati, ma più bocche da sfamare hanno reso necessario sottoporre a coltura superfici sempre più vaste. 

Nonostante l’attività agricola avesse bisogno per prosperare di pace e stabilità sociale, essa ha finito per provocare conflitti infiniti. E nonostante aumentasse la disponibilità di derrate alimentari sono cresciuti le disuguaglianze, la sopraffazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Si pensi ai servi della gleba in regime feudale, uomini e donne vincolati stabilmente alla terra, alla stregua di piante e animali; alle torme di schiavi impiegati nelle piantagioni di caffè nelle fazendas brasiliane; alle moltitudini di contadini legati ai Kolchoz, le aziende collettive sovietiche d’epoca staliniana. 

Come se tutto questo non bastasse, l’agricoltura (ivi compresa naturalmente la zootecnia) è diventata oggi il principale responsabile del disordine ambientale. Secondo le ultime stime, le emissioni nel mondo di CO2 (il principale gas serra) superano quelle dei mezzi di trasporto (14,5% contro il 13%), mentre i due terzi delle risorse idriche sono assorbiti dall’irrigazione e dall’allevamento animale. A ciò si aggiunga che, a fronte di 900 milioni di abitanti che nel nostro pianeta soffrono la fame, il 30% degli alimenti finisce in scarti nei Paesi ad alto reddito.

E tuttavia, l’agricoltura (sperabilmente più rispettosa degli equilibri biologico-ambientali) rimane la più grande invenzione dell’umanità.

L'autore

Giuseppe Giaimi

Già Dirigente dell'Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di
Messina e Docente a contratto presso le Università di Reggio Calabria e Palermo

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