Un assurdo logico diventato principio intangibile

Se vi dicessero che per tutta la vita, ogni anno (ripeto, ogni anno!), dovrete lavorare più dell’anno precedente, pena il licenziamento in tronco o la dichiarazione di fallimento; che anzi le generazioni successive alla vostra dovranno continuare sulla stessa falsariga, partendo dall’ultimo vostro record, cosa vi verrebbe da pensare? Che è una cosa aberrante, immagino.

 E infatti lo è. Ma per l’economia nazionale e mondiale non solo l’assunto è divenuto un postulato universalmente accettato, ma guai anzi a non assecondarlo. Se il PIL (Prodotto Interno Lordo, poiché di questo stiamo parlando), quel numerino percentuale che per tacito consenso viene universalmente adottato come misura della ricchezza nazionale prodotta non cresce a sufficienza ogni anno succede il finimondo: le banche falliscono, le industrie chiudono, la disoccupazione galoppa, in tanti perfino si suicidano. Ma vi sembra possibile che in un mondo finito, qual è il nostro pianeta (basta guardare qualsiasi foto ripresa dalla luna), il consumo delle risorse terrestri possa crescere senza limiti? Non è questo un assurdo che contrasta con la matematica e con lo stesso senso comune? Tutti gli studi sulla dinamica delle popolazioni dimostrano che ogni specie, animale o vegetale, commisura il suo sviluppo alla quantità di spazio e di risorse disponibili. L’uomo, dunque, sarebbe l’unico vivente sulla terra a sottrarsi a tale regola.

Ricordo la profonda impressione che trassi dalla lettura di quel documento profetico intitolato Rapporto sui limiti dello sviluppo pubblicato nel 1972 dal Club di Roma, un’associazione costituitasi nel 1968 e formata, non da sognatori visionari o da fanatici ambientalisti, ma da personalità altamente qualificate di tutti i continenti: premi Nobel, capi di Stato, alti dirigenti, uomini d'affari, scienziati, economisti, informatici, attivisti nel campo dei diritti civili. Associazione diretta allora da Aurelio Peccei, uno dei fondatori del Club, imprenditore italiano e internazionale, alto dirigente industriale (FIAT, Italconsult, Olivetti). 

Cosa sosteneva quel Rapporto? Nella sostanza, quanto enunciato in precedenza, ovviamente in modo più argomentato e con una messe di dati impressionanti a supporto. Esso metteva in guardia sui pericoli in cui l’umanità sarebbe incorsa se avesse continuato a perseguire all’infinito la crescita economica in un mondo in cui le risorse naturali sono limitate (il caso portato ad esempio era quello del petrolio), così come limitata è la capacità di assorbimento degli inquinanti prodotti. Avvertendo che se la popolazione mondiale fosse cresciuta allo stesso ritmo di allora, così come lo sfruttamento delle risorse, in un centinaio di anni l’umanità avrebbe conosciuto una crisi irreversibile. Per me, giovane laureato in materie biologiche, è stato come il disvelamento di una verità a tutti nota che nessuno voleva o era capace di vedere (ricordate il “re nudo” di Andersen?). 

Quasi in contemporanea (1971), l’economista rumeno Georgescu-Roegen giungeva a risultati analoghi, scomodando addirittura il secondo principio della termodinamica, secondo cui ogni attività produttiva comporta una perdita dell’energia disponibile e riduce quindi la possibilità di produrre in futuro altre merci con la stessa materia (legge di entropia).

L’allarme lanciato da tali studi (soprattutto il primo, essendo il secondo di più difficile comprensione) fece il giro del mondo, tanto più che gli anni successivi alla loro divulgazione furono segnati dalla grande crisi petrolifera e da quella dei mercati cerealicoli (i meno giovani ricorderanno le domeniche senza auto e le famose targhe alterne). Ma appena quelle crisi furono in qualche modo superate, i moniti vennero pressoché dimenticati, prevalendo la convinzione che lo sviluppo tecnologico avrebbe sopperito tanto alla rarefazione delle materie prime allora note, quanto allo smaltimento delle scorie. Insomma, le solite Cassandre che predicono sventure immaginarie. 

A distanza di mezzo secolo (la metà del tempo previsto dal primo documento), quelle avvertenze tornano ad interrogare le coscienze non solo dei cittadini più avveduti, ma anche di coloro che portano la responsabilità delle Nazioni.

In casi come questo occorrerebbe, come si dice, un cambiamento di paradigma, una di quelle rivoluzioni culturali che tante volte in passato hanno smantellato credenze inveterate ritenute immutabili (rivoluzione copernicana, teoria evoluzionistica, tettonica a placche, superamento della generazione spontanea, ereditarietà genetica, scoperta della sintesi clorofilliana, ecc.). 

Timidi tentativi in tal senso sono cominciati ad affacciarsi sulla scena mondiale, intanto contestando il PIL come unico metro di progresso economico. Sappiate che in atto se avete un incidente stradale, intentate una causa in tribunale o riparate i danni provocati da un nubifragio state contribuendo ad aumentare il PIL nazionale, riscuotendo il plauso degli economisti ad oltranza. Ma non credo che per questo pensiate di vivere meglio e di essere più felici. Si vuole dire, insomma, che lo sviluppo non può consistere soltanto nella produzione di beni materiali e nella massimizzazione del profitto. Occorre mettere a punto nuovi indicatori, in sostituzione o a fianco di quelli esistenti, che tengano anche conto di altri valori: l’equilibrio degli ecosistemi, la sicurezza personale e collettiva, la salubrità dell’aria, la giustizia, l’uguaglianza, l’istruzione, la cultura, la socialità, la tutela dei più deboli e così via. 

La Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, aveva lanciato l’idea dellosviluppo sostenibile, inteso come crescita economica "capace di soddisfare le esigenze della generazione attuale senza compromettere quelle delle generazioni future. Facile e anche elegante a dirsi ma non altrettanto a realizzare. Infatti, a parte lodevoli tentativi sorti a livello locale, la sostenibilità è stata interpretata con tale elasticità da far passare ogni cosa e continuare come prima. Tanto da far ritenere il binomio un ossimoro, essendo lo sviluppo a lungo andare insostenibile. Per rendere esplicito questo concetto si badi a quanto segue. È stato calcolato che nel 1970 l’umanità consumava annualmente quanto la terra era capace di produrre entro il 31 dicembre (EOD, Earth Overshoot Day). Nel 1980, tale produzione era stata consumata entro il 4 novembre, nel 1990 entro il 3 settembre, nel 2018 entro il 31 agosto. Ciò significa che, dopo il 1970, si è cominciato ad incidere sul capitale che quella produzione è capace di assicurare. È come se un correntista prelevasse ogni anno, assieme agli interessi maturati, anche una parte della somma depositata: arriverà il momento in cui il poco accorto investitore si sentirà dire dal funzionario di banca che il suo conto è estinto. 

Un tentativo messo in campo per invertire la tendenza attuale è quello noto come decrescita felice, una teoria che auspica la riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi. Il movimento di pensiero vede come principale sostenitore Serge Latouche, filosofo ed economista francese, emulato in Italia da Mauro Bonaiuti e da Maurizio Pallante. Ormai famose sono diventate le 8 R di Latouche (Rivalutare, Ricontestualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare), che tutte insieme dovrebbero portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.

Coloro che intendono lasciare le cose come stanno hanno subito tacciato la teoria come retrograda, contraria all’innovazione e al progresso, accusandola di volerci riportare all’epoca preindustriale, quando si lavorava la sera al lume di candela, si moriva per una semplice infezione batterica e l’80% della popolazione era analfabeta. Detta così, naturalmente suona male e crea solo ripulsa. Eppure qualcosa sta andando in quella direzione: si pensi alla raccolta differenziata dei rifiuti, al riciclo di alcuni materiali, all’efficientamento energetico delle abitazioni, ai riduttori di pressione negli impianti idrici per ridurre il consumo di acqua. Quanto siamo ancora lontani dalla meta lo dimostra il fatto, ad esempio, che tante industre perseguono ancora ciò che si chiama obsolescenza programmata, in base alla quale, scaduto il tempo prestabilito, un prodotto cessa all’improvviso di funzionare e bisogna correre subito a sostituirlo.

Quale sia la formula risolutiva nessuno, ritengo, è ancora in grado di dire. Una cosa comunque è bene ribadire: uno sviluppo illimitato in un mondo finito non è proprio possibile. 

 

L'autore

Giuseppe Giaimi

Già Dirigente dell'Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di
Messina e Docente a contratto presso le Università di Reggio Calabria e Palermo

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