Amanita porrinensis

 

Una specie rarissima ritrovata sui Monti Peloritani

 

Articolo pubblicato su “MicoPonte” Bollettino del Gruppo Micologico Massimiliano Danesi – Ponte a Moriano (LU). Anno 2019 n. 12: 27-33

 

Premessa

Ancora una volta la complessa biodiversità dell’ambiente boschivo peloritano regala, agli studiosi di micologia ed a quanti altri operano nel settore a vario titolo, un ritrovamento di tutto rispetto: una specie fungina appartenente al genere Amanita, sottogenere Amanitina, sezione Phalloideae; ritenuta, per gli sporadici ritrovamenti segnalati nell’intero globo terrestre, specie rarissima: Amanita porrinensis, un funghetto dall’aspetto gracile e dalle dimensioni minute che per le particolari caratteristiche morfo-strutturali e cromatiche risulta facilmente riconoscibile per quanti, ovviamente, hanno buone conoscenze nel campo della micologia. Si tratta di un fungo basidiomicete, di piccole-medie dimensioni, molto raro del quale si conoscono, con riferimento a quanto riportato in letteratura, sporadici ritrovamenti tanto da potere essere considerato “ricercato” e, al contempo, dopo misteriose e fugaci apparizioni, ancora una volta, come sempre, “latitante” e nuovamente “ricercato”.

 

I Monti Peloritani,

(in dialetto messinese “I Coddi, ovvero “i Colli” – termine con il quale si è soliti indicare solo la zona sovrastante la città di Messina) sono una catena montuosa della Sicilia nord-orientale che si estende per circa 65 Km tra i comuni dell’area metropolitana della città di Messina.

Hanno origine da Capo Peloro (estrema punta nord orientale della Sicilia, nella città di Messina), quale continuazione dell’Appennino Calabro. Geograficamente si delineano in “Peloritani orientali" che occupano la zona sovrastante la città di Messina estendendosi sul versante tirrenico, a nord, nei comuni di Villafranca Tirrena, Saponara e Rometta; e sul versante ionico, verso sud, fino al fiume Alcantara dove si interrompono, nel territorio di Francavilla di Sicilia, in maniera degradante, assumendo la denominazione di “Peloritani occidentali”; mentre, sul versante nord, quello prospiciente il Mare Tirreno, si estendono fino al torrente Mazzarrà con la denominazione di “Peloritani centrali”, costituiti, a loro volta, dal “Demanio di Savoca” nella zona sud della catena montuosa che interessa i comuni di Furci Siculo e Casalvecchio Siculo e dal “Demanio del Mela” posizionato nella parte nord del comprensorio, prospiciente il mare Tirreno che interessa i comuni di Barcellona Pozzo di Gotto, Castroreale e Santa Lucia del Mela [Lombardo ed altri, 2017]. Nello stesso versante, solo dal punto di vista geologico, si estendono fino alle “Rocche del Castro”, nei comuni di Longi, San Marco d’Alunzio ed Alcara li Fusi. 

Il nucleo montuoso presenta una tipica morfologia strutturale caratterizzata da pochi altopiani posizionati ad altezza non elevata, intervallati da una serie di fiumare, picchi e crinali con creste taglienti e piani scoscesi che danno origine ad un sistema fluviale a carattere torrentizio costituito da numerosi torrenti che vanno a sfociare nei due mari limitrofi: Ionio ad est, Tirreno a nord. 

Le vette più elevate sono rappresentate da Monte Dinnammare (1.127 m s.l.m., nel territorio comunale della città di Messina); Montagna Grande (1.374 m s.l.m., nel comune di Motta Camastra); Pizzo Vernà (1.287 m s.l.m., tra i comuni di Castroreale, Antillo e Casalvecchio Siculo); Monte Poverello (1.279 m s.l.m., tra il territorio del comune di San Pier Niceto e Fiumedinisi), Rocca Novara (1340 m s.l.m tra il comune di Novara Sicilia e Fondachelli Fantina), Monte Scuderi (1279 m s.l.m. tra Messina, Itala, Alì e Fiumedinisi) [Lombardo e altri, 2017].

La vegetazione originaria è stata nel tempo quasi completamente distrutta dalla mano dell’uomo e dai ricorrenti incendi, spesso di natura dolosa, e sostituita con rimboschimenti artificiali favoriti nel loro sviluppo dalla diversità climatica dei due versanti che ospitano le tipiche colture dell’area mediterranea costituite prevalentemente da meravigliose pinete di Pino domestico (Pinus pinea), Pino marittimo (Pinus pinaster), Pino d’Aleppo (Pinus halepensis) e da numerosi boschi di Castagno (Castanea sativa), Leccio (Quercus ilex), Roverella (Quercus pubescens), insistenti sul tipico sottobosco della macchia mediterranea con predominanza di Erica, Cisto, Corbezzolo e Ginestra.

In particolare, i Peloritani orientali, nella zona che contorna la città di Messina, sono stati interessati da una radicale forma di rimboschimento resasi necessaria, a far data dall’ultimo decennio del 1800, per la tutela della città che, attraverso i secoli, è sempre stata interessata da dissesto idrogeologico causato da ricorrenti e luttuose alluvioni (ultime in ordine di tempo quella di Giampilieri nel 2009 e Saponara nel 2011). Le difficili condizioni dell’area da imboschire hanno suggerito di utilizzare essenze di conifere, in particolare Pino domestico, quali “piante pioniere” che nel tempo hanno creato le condizioni ambientali più idonee per le specie arboree più esigenti (latifoglie). L’impianto sperimentale ha dato i risultati sperati consentendo, successivamente, l’insediamento di un meraviglioso bosco naturale di latifoglie indigene appartenenti al genere Quercus, quali, ad esempio: Quercus ilex e Quercus pubescens.

 

 

Genere Amanita Pers. 1797

Il genere, la cui specie tipo è A. muscaria, ospita sporofori di medio-grandi dimensioni, eterogenei, caratterizzati da cappello convesso sul quale, spesso, si trovano residui velari, con margine liscio o tipicamente striato; lamelle libere; gambo più o meno ingrossato alla base, con presenza o assenza di anello; con volva basale; sporata in massa bianca. Si conoscono specie di ottima qualità e altre, non poche, velenoso-mortali la cui ingestione provoca sindromi tossiche di varia natura: sindrome falloidea, panterinica, muscarinica, emolitica ecc. 

Al Genere appartengono sporofori eterogenei (quando cappello e gambo presentano struttura molecolare diversa che consente una netta e facile separazione dei due elementi) ben differenziati e facilmente individuabili, limitatamente alla determinazione del genere di appartenenza, per la presenza di particolari e caratteristiche ornamentazioni che si formano sul cappello e sul gambo, tanto nella parte apicale quanto nella parte inferiore. Sono funghi bivelangiocarpici ossia muniti di due veli. Uno detto velo generale che avvolge l’intero carpoforo fin dalla sua formazione allo stadio di primordio che lo rende simile, per la sua strutturazione, ad un uovo e per tale caratteristica consente di conferirgli, appunto, la denominazione di “ovolo”; l’altro, detto velo parziale, inteso a proteggere la zona imeniale (parte fertile del fungo – formata, nel caso delle Amanite, da lamelle e situata nella parte inferiore del cappello ove si formano gli elementi riproduttivi: le spore) che dall’orlo del cappello si estende fino al gambo.

La formazione del carpoforo, con il suo accrescimento sia in altezza sia in larghezza, causa, man mano che il processo di formazione procede, la lacerazione dei due veli che, a rottura, formano, per quanto riguarda il velo generale, un residuo che rimane attaccato nella parte bassa del gambo dando origine alla formazione di una specie di guaina basale detta “volva” ed anche, a volte, alla formazione di residui dissociati sul gambo ed alla formazione - anche se non sempre - sul cappello di ornamentazioni dette, in senso generico, “verruche”. Per quanto riguarda il velo parziale, la sua lacerazione, con il distacco dello stesso dall’orlo del cappello, causa – anche se non sempre - la formazione di un “anello” che va a posizionarsi sul gambo [Miceli, 2017].

Sottogenere Amanitina (E.-J. Gilbert) E.-J. Gilbert 1941

Il sottogenere ospita sporofori di piccole, medie o medio-grandi dimensioni, caratterizzati da cappello inizialmente carnoso che assume, verso la maturazione, una consistenza molliccia, con margine regolare, intero, non striato o leggermente striato solo a maturità, a volte leggermente appendicolato per la presenza di residui velari. Cuticola liscia, priva di verruche, più o meno vischiosa. Gambo asciutto, inizialmente pieno, con consistenza molle (midolloso) verso la maturazione, cilindrico e sempre munito di bulbo basale; di colore bianco-biancastro, liscio o ricoperto da fiocchetti concolori. Anello generalmente persistente, ampio e membranoso, a volte leggermente striato. Volva membranosa, aderente al gambo, libera nella zona apicale.

Sezione phalloideae (Fr.) Quél. 1872

Alla sezione appartengono sporofori caratterizzati da velo generale membranoso, muniti di volva e anello persistente.

Amanita porrinensis Freire & M.L. Castro ex Castro

Mykes 1: 59 (1998)

 

Posizione sistematica: 

classe Basidiomycetes, ordine Amanitales, famiglia Amanitaceae, genere Amanita, sottogenere Amanitina, sezione Phalloideae [Galli, 2007]

 

Descrizione macroscopica

Cappello di piccole dimensioni, 2-8 cm, inizialmente semisferico, campanulato verso la maturazione, spianato-convesso caratterizzato da un largo umbone centrale molto prominente che gli conferisce un tipico aspetto da “sombrero messicano”; margine sottile, inizialmente liscio poi, verso la maturazione, leggermente striato e incurvato, privo di residui velari. Cuticola liscia, leggermente viscida a tempo umido, bianca, immutabile, difficilmente separabile. Imenoforo costituito da lamelle bianche con riflessi rosati, fitte, sublibere al gambo, intervallate da lamellule. Spore in massa bianche. Gambobianco, centrale, cilindrico, slanciato, con bulbo basale subgloboso, con bande sericee trasversali, ricoperto da fiocchetti bianchi macchiati di ocra, fistoloso (quando è percorso, all’interno e longitudinalmente, da una esile cavità simile ad un tubicino) per tutta la sua lunghezza. Anello fragile, membranoso e sottile, visibile negli esemplari giovani, poco evidente in quelli maturi dove si presenta sotto forma di lembi aderenti al gambo e sulle lamelle in maniera poco visibile. Volva bianca, sottile ed aderente al gambo, gracile e poco persistente, si disgrega facilmente a maturazione avanzata ed al tocco. Carne bianca, sottile nel cappello, spessa nel gambo e di consistenza spugnosa, leggermente imbrunente, alla sezione, verso la base del gambo, inodore.

Inonotus tamaricis superficie sterile
Amanita porrinensis - Foto Franco Mondello
Inonotus tamaricis superficie fertile
Amanita porrinensis - Foto Angelo Miceli
Inonotus tamaricis carpofori maturi
Amanita porrinensis – particolare delle lamelle e del velo – Foto Angelo Miceli
Inonotus tamaricis vecchio esemplare
Amanita porrinensis – particolare della volva Foto Angelo Miceli
Inonotus tamaricis carpofori maturi
Amanita porrinensis – Foto Angelo Miceli
Inonotus tamaricis vecchio esemplare
Amanita porrinensis – ambiente di raccolta - Foto Angelo Miceli

Habitat

Tipicamente autunnale. In boschi misti formati da Pinus pinea (pino domestico), P. pinaster (pino marittimo), Quercus ilex (leccio), Erica arborea. Galli (2007) la segnala anche sotto Fagus sylvatica(faggio) e Castanea sativa (castagno).

 

Commestibilità e tossicità

Velenosa mortale come le altre della sezione Phalloideae, A. phalloides (Fr.: Fr.) Link, A. phalloidesvar. alba Costantin & L.M. Dufour, A. verna (Bull. : Fr.) Lam. ed A. virosa Bertill., con le quali va a completare, per il contenuto degli stessi principi tossici, il quadro delle amanite mortali. È causa di sindrome falloidea(1) caratterizzata da grave insufficienza epatica.

 

Specie simili

A. porrinensis, pur presentando, soprattutto per la colorazione generale bianco-biancastra, una certa affinità con altre specie velenoso-mortali appartenenti alla sezione Phalloideae del sottogene Amanitina, si distingue da queste molto facilmente soprattutto per la conformazione del cappello che ricorda la forma di un “sombrero messicano” e, inoltre, per le caratteristiche che appresso vengono indicate [Neville & Poumarat, 2004; Galli, 2007; Boccardo et al., 2008]:

 

  • Amanita phalloides var. alba Costantin & L.M. Dufour 

Differisce per la conformazione del cappello piano-convesso e mai umbonato; per il gambo zebrato, mai ricoperto da squamule; per l’anello sempre evidente e persistente, mai fugace; per il bulbo basale grosso e prominente; per la volva sempre evidente, membranosa e persistente, aderente al bulbo e libera all’apice.

 

  • Amanita verna (Bull. : Fr.) Lam. 

Differisce per la conformazione del cappello piano-convesso e mai umbonato; per il gambo liscio, mai ricoperto da squamule; per il bulbo basale grosso e prominente; per la volva interamente avvolgente il bulbo e libera all’apice.

 

  • Amanita virosa Bertill.

È la specie che presenta maggiori affinità con A. porrinensis, soprattutto per la conformazione del cappello che, inizialmente, è ovoidale-campanulato e, poi, campanulato convesso, a volte con umbone ottuso a maturazione, ma mai con la tipica conformazione a “sombrero messicano”; per la struttura dell’anello poco persistente e fugace che, come per A. porrinensis, lascia residui sul margine del cappello e sul filo lamellare; per le fioccosità presenti sul gambo che, anche se più abbondanti, la rendono molto vicina ad A. porrinensis.

Differisce per il colore del cappello che, come per A. porrinensis, è bianco-biancastro, ma con sfumature ocra-rosate nella zona discale specialmente negli esemplari maturi; per il bulbo basale prominente e globoso; per la volva interamente avvolgente il bulbo, ampia e membranosa, poco libera al gambo ma persistente e sempre presente anche a maturazione avanzata.

 

Curiosità tassonomiche

Il suo primo ritrovamento, come la letteratura micologica documenta, è datato 10 ottobre 1984, ed è stato effettuato nel territorio boschivo del comune di Vigo, in località Madroa, nella provincia di Pontevedra, in Spagna, ai margini di un’area boschiva a coltura mista. Successivamente, nel 1987, i micologi Luis Freire e Maria Luisa Castro ne danno notizia presentandola come “specie nuova” in “Anales Jardìn Botànico de Madrid”, provvedendo ad una prima descrizione della specie alla quale viene attribuito il binomio Amanita porrinensis Freire & M.L. Castro. Nel contesto viene precisato che “la possibilità che si tratti di un nuovo taxon del genere Amanita è stata confermata dai dottori Moreno e Bon; tuttavia, si rimane in attesa della conferma del dottor Bas, specialista in questo genere” [Freire & Castro, 1987].

Tuttavia, la specie viene presentata e descritta in maniera incompleta, priva di numero identificativo e della menzione dell’erbario ove l’holotypus è stato depositato, e quindi non ritenuta valida (nomen invalidum) ai fini della conferma del taxon [Neville & Poumarat, 2004; IF, 2018; MB, 2018]. Per questo motivo, il taxon viene riproposto successivamente da Castro (1998), mediante pubblicazione rispondente ai requisiti richiesti dal Codice, su Mykes, Bollettino del Gruppo Micologico Galego, e definitivamente accettato dal mondo scientifico internazionale come Amanita porrinensis Freire & M.L. Castro ex Castro.

 

Ritrovamento attuale

In data 27 ottobre 2018 ad opera di Mario Mondello e Piero Battaglia, soci del Centro di Cultura Micologica di Messina, nel comune di Rometta (ME), Monti Peloritani sulla dorsale Dinnammare-Monte Scuderi in prossimità del sentiero Girasì, sul versante ovest del monte Pizzo Bandiera a circa 950 m s.l.m. Tre esemplari, cresciuti in forma singola in un raggio di circa 30 m, di piccole dimensioni: altezza circa 8 cm, cappello 2-4 cm, in bosco misto formato da Pinus pinea, Pinus pinasterQuercus ilex con sottobosco di Erica arborea.

Si segnala un ulteriore ritrovamento, nella stessa stazione di crescita, di un unico esemplare, in data 21 novembre 2018 ad opera del micologo Franco Mondello, di Angelo Miceli e Mario Mondello, soci dello stesso Centro di cultura Micologica di Messina.

 

L’osservazione dei caratteri morfo-cromatici generali orientano, senza ombra di dubbio, verso la determinazione degli esemplari rinvenuti quali rappresentativi della specie A. porrinensis.

 

Ritrovamenti precedenti

La nostra attenta ricerca bibliografica, in considerazione delle sparute pubblicazioni esistenti in merito, ci ha consentito di individuare, oltre alla stazione di crescita attuale, che ha suggerito la presente “Riflessione Micologica”, anche le seguenti stazioni ove la specie è stata precedentemente rinvenuta:

  • 10 ottobre 1984, ritrovamento dell’holotypus, in località Madroa, comune di Vigo, Provincia di Pontevedra (Spagna), al margine di bosco misto (Quercus robur e Pinus pinaster), da Jaime Diz (gruppo M. Porriño) [Freire & Castro, 1987; Neville et al., 2000].

  • 11 novembre 1991, in località Picouto, sempre nel comune di Vigo, Provincia di Pontevedra (Spagna), in bosco misto da Jaime Diz [Castro & Blanco-Dios, 2007].

  • 16 ottobre 1998, in località Monte Cistorello, Colli Berici, Comune di Sossano (VI), in bosco misto di querce, carpini e castagni. Ritrovamento effettuato da Franco Gasparini e Franco Serafin [Gasparini & Serafin, 2012].

  • 17 ottobre 1998, in località Volano, comune di Comacchio (FE) a 0 metri s.l.m., in bosco misto formato da Pinus pinea, P. pinaster con limitata presenza di Quercus ilex. Ritrovamento effettuato da Gianni Monterumici [Neville et al., 2000].

  • Ulteriori ritrovamenti, senza precisazione temporale, sono stati segnali nel Canton Ticino (Svizzera) e, in Italia, sui Colli Euganei [Galli, 2007].

 

Per quanto sopra, anche se riteniamo che siano stati effettuati altri ritrovamenti non segnalati e dei quali non è stata data notizia, stante alle segnalazioni riportate in letteratura, è possibile affermare che A. porrinensis è un fungo molto raro che, per le limitate apparizioni, vuole confermare il suo status di fungo costantemente “ricercato” dagli studiosi, ma sempre “latitante”.

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  1. Sindrome falloidea

Il periodo di latenza varia tra le 6 e le 24 ore dal consumo dei funghi.

I sintomi si manifestano in fasi progressive di aggravamento: inizialmente disturbi gastrointestinali, dolori addominali, vomito, diarrea, stato di disidratazione; successivamente, nei giorni seguenti, dopo un apparente miglioramento, inizia a manifestarsi danno epatico che, in una fase ancora successiva, si avvia verso insufficienza epatica acuta, ipoglicemia ed ittero, coma epatico, insufficienza renale, decesso [Follesa, 2009; Della Maggiora & Mannini, 2013].

I principi tossici si identificano in fallolisine, falloidine e amanitine, queste ultime le più pericolose: la dose letale è pari a 0,1 mg per kg di peso corporeo, basti pensare che un esemplare fungino di medie dimensioni contiene da 5 ad 8 mg di amanitina, più che sufficienti per causare la morte di un individuo adulto [I. Milanesi, 2015].

Le principali specie responsabili dell’intossicazione sono: Amanita phalloides, A. phalloides var. AlbaA. verna,A. virosa, A. porrinensisGalerina marginataG. autunnalisG. badipesConocybe filarisLepiota helveolaL. josserandiiL. brunneoincarnataL. castaneaL. subincarnata, L. clypeolariodes.

 

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Ringraziamenti

Un grazie particolare va rivolto all’amico-micologo Carmelo Di Vincenzo per i preziosi suggerimenti e per le indicazioni utili alla stesura del paragrafo descrittivo dei Monti Peloritani.

 

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Foto: Angelo Miceli e Franco Mondello

 

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Bibliografia

  • Boccardo Fabrizio, Traverso Mido, Vizzini Alfredo, Zotti Mirca, 2008: Funghi d’Italia. Zanichelli, Bologna (ristampa 2013) – I.

  • Castro Maria Luisa, 1998: Amanita porrinensis : Freire & M. L. Castro, estudio comparativo con outros taxons da seccion Phalloideae (Fr.) Quel.. Mikes 1: 57-59

  • Castro Maria Luisa, 1998: Annotated checklist of the Amanitaceae (Agaricales, Basidiomycotina) of the Iberian Peninsula and Balearic Islands. Mykotaxon 67: 227-245 – E.

  • Castro Maria Luisa & Blanco-Dios J.B., 2007: Algunos basidiomicetos raros o interesantes de la Península Ibérica. Fungi non Delineati n. 37. Edizioni Candusso, Alassio (SV) - I.

  • Della Maggiora Marco, Mannini Maurizio, 2013: Funghi buoni… o “buoni da morire” In AA. VV.: Io sto con i funghi. 2^ edizione. Edit. La Pieve Poligrafica, Villa Vernucchio (RN.) – I

  • Follesa Paola. , 2009: Manuale Tecnico-pratico per indagini su campioni fungini. Edit. A.M.B. Fondazione Centro Studi Micologici, Bagnolo Mella (BS) - I

  • Freire Luis, Castro Maria Luisa, 1987: Nueva especie del género Amanita. Anales Jardìn Botànico de Madrid, 44 (2): 533-534. Madrid – E.

  • Galli Roberto, 2007: Le Amanite. 2^ edizione. dalla Natura, Milano

  • Gasparini Franco & Serafin Franco, 2012: La quarta Amanita mortale. Bollettino del Gruppo AMB di Vicenza anno XXXII n. 2: 40-42 – I.

  • IF (ultima consultazione, novembre 2018): Indexfungorum databasewww.indexfungorum.org

  • Lombardo Giovanni, D’Andrea Pasquale, 2017: Camminare e raccontare i Peloritani. Giotto Arte della Stampa, Messina. I.

  • MB (ultima consultazione, novembre 2018) Mycobank database. Fungal databases, Nomenclature e Special Banks.www.mycobank.org

  • Miceli Angelo, 2017: Amanita muscaria, il fungo delle fiabe. Micoponte – Bollettino del Gruppo Micologico Massimiliano Danesi, n. 10: 30-38. Ponte a Moriano (LU) - I 

  • Milanesi Italo, 2015: Conoscere i funghi velenosi ed i loro sosia commestibili. A.M.B. Fondazione Centro Studi Micologici, Trento. I.

  • Neville Pierre & Poumarat Serge, 2004: Amanitae. Amanita, Limacella & Torrendia. Fungi Europaei 9. Edizioni Candusso, Alassio (SV) - I.

  • Neville Pierre, Poumarat Serge, Monterumici Gianni, 2000: Una rara Amanita della sezione Phalloideae, nuova per l’Italia: Amanita porrinensis. Bollettino del Gruppo Micologico G. Bresadola – Nuova Serie. BGMB 43 (2): 143-150. Trento - I