Laetiporus sulphureus (Bull.) Murrill

E’ una delle numerose “meraviglie della natura” che con i suoi bellissimi ed intensi colori si affaccia dai tronchi di diverse essenze arboree facendo la sua comparsa nei boschi dalla tarda primavera fino ad autunno inoltrato.

E’ un fungo inizialmente parassita che continua il suo ciclo vitale da saprofita sui residui marcescenti dell’albero ospite. Nella sistematica micologica trova posto nel
Genere Laetiporus, Famiglia Polyporaceae, Ordine Polyporales, Classe Basidiomycetes, viene inserito, per la particolare caratteristica dell’imenoforo, nel gruppo informale dei Polipori.

Si tratta di un fungo esclusivamente lignicolo che, in alcune zone di crescita (Sicilia, Basilicata, Puglia, Sardegna) trova ideale associazione con alberi di Carrubo (Ceratonia siliqua), fruttificando anche su altre essenze arboree di latifoglie (castagno, eucaliptus), facendosi facilmente notare ed ammirare per i suoi meravigliosi colori giallo-aranciati che, stante al parere dei popoli anglosassoni, ricordano la cresta di un pollo tanto da attribuirgli la denominazione volgare di “Chicken of the woods” ovvero, letteralmente tradotto, “Gallina dei boschi”. Laetiporus sulphureus

Al gruppo dei Polipori appartengono funghi caratterizzati dalla presenza nella parte inferiore del cappello (imenoforo), di numerosi tubuli corti e difficilmente staccabili dalla carne sovrastante, che terminano con un piccolo poro a forma generalmente arrotondata ma anche irregolare o più o meno allungata, dal quale fuoriescono, a maturazione, le spore. 

 

Laetiporus sulphureus (Bull.) Murrill

Cappello: flabelliforme (a forma di ventaglio), costituito da numerose mensole sovrapposte di forma irregolare che, di dimensioni variabili, possono raggiungere anche i 30-40 cm. di larghezza; si presentano spesse, assottigliate al margine, ondulate e solcate, con orlo regolare e, a volte, involuto (quando si presenta rivolto verso il basso). La pagina superiore è ricoperta da fine pruina che gli conferisce un aspetto vellutato. E’ caratterizzato da un bel colore giallo-uovo, giallo-zolfo, molto intenso che tende a schiarire verso la maturazione

Imenoforo: (parte inferiore del cappello che ospita l’imenio: zona fertile del fungo ove si trovano gli elementi utili alla riproduzione: le spore) caratteristicamente formato da tubuli corti non staccabili dal cappello, di colore giallo zolfo, terminanti con piccoli pori arrotondati di colore variabile dal bianco-giallino al giallo zolfo; secernenti, a volte, piccole goccioline acquose di colore giallo.

Gambo: generalmente assente (sessile) o con un abbozzo laterale utile a tenere insieme le varie mensole di cui il carpoforo è formato.

Carne: di colore giallo pallido, tenera e compatta da giovane, dura, tenace e legnosa a maturazione; fragile e leggera negli esemplari essiccati. Odore gradevole solo negli esemplari giovani.

Habitat: si associa da parassita-saprofita con preferenza verso essenze arboree di latifoglie (castagno, eucalipto, carrubo) ma anche di aghifoglie (larice), anche se raramente, fruttificando tra la tarda primavera e l’autunno inoltrato. Predilige posizionarsi nelle zone alte dell’albero ospite.

Commestibilità: Non commestibile - Tossico da crudo (1).

Etimologia: dal latino sulphureus= sulfureo con riferimento al colore dell’imenio che ricorda quello dello zolfo.

Nomi volgari: Gallina dei boschi, Roscella, Gallinaccio

Nomi dialettali: Funcia di carrubo, tipicamente in uso in Sicilia nelle zone del ragusano; Paglianucca, tipico delle località Campane; Lisca a tonnu, denominazione in uso nel Cosentino; Pinnella gialla, utilizzato in alcune zone della Sila

 

Nella millenaria tradizione dei popoli orientali, così come avviene per numerosi altri Polipori (vedi, ad esempio, Ganoderma lucidum – “I sapori del mio sud” – Anno XII n. 129 aprile 2016) gli vengono attribuite proprietà terapeutiche. In particolare, a seguito di recenti studi, ancora in fase di approfondimento, si ritiene che abbia proprietà antibiotiche ed antitumorali.

  

 Nonostante sia considerato NON COMMESTIBILE da numerosi testi di micologia, Laetiporus sulphureus viene regolarmente consumato in alcune regioni del meridione d’Italia ed in altre parti del mondo, In particolare, nelle zone del ragusano, in Sicilia, viene regolarmente utilizzato conservandone sott’olio gli orli dei cappelli di esemplari giovani, o consumato fritto in pastella o utilizzato nella preparazione di risotti. Diviene protagonista incontrastato di alcune sagre paesane dove è molto ricercato e commercializzato a prezzi che, in maniera sovente, superano i 50 euro al chilo.

Viene regolarmente certificato, dai micologi responsabili del servizio    riconoscimento funghi, come commestibile e non sono mai stati segnalati episodi di intossicazione.

E’ inserito nella lista dei funghi commestibili della Regione Calabria (Legge Regionale Calabria 31 marzo 2009 n.  9).

E’ opportuno, in ogni caso, per eventuale utilizzo utilizzo in cucina, che venga consumato  dopo regolare cottura e mai da crudo in quanto risulterebbe tossico per la presenza di lectina ed emolisina, sostanze che possono essere rese inattive dopo bollitura.

A conclusione della nostra “Riflessione Micologica”, indipendentemente dalla commestibilità o meno del “Nostro Protagonista”, intendiamo sottolineare che è opportuno, che un fungo di tale bellezza venga rispettato lasciandolo nei boschi a completare il proprio ciclo vitale e ad essere ammirato da quanti hanno la fortuna di incontrarlo evitando di farlo finire in padella.

 

 

Foto:

  • Angelo Miceli -  Franco Mondello

 

Bibliografia essenziale:

  • Balestreri Stefano - 2016: Laetiporus sulphureus. Estratto da “Appunti di Micologia” (www.appuntidimicologia.it)
  • Bernicchia Annarosa – 2005: Polypocaceae s. l.. Collana Fungi Europaei Vol. 10. Edizioni Candusso, Alassio (SV)
  • Boccardo Fabrizio, Traverso Mido, Vizzini Alfredo, Zotti Mirca - 2008: Funghi d’Italia. Zanichelli, Bologna (ristampa 2013)
  • Papetti Carlo, Consiglio Giovanni, Simonini Giampaolo - 2004: Atlante fotografico dei Funghi d’Italia, Vol. 1 (seconda ristampa). A.M.B. Fondazione Centro Studi Micologici, Trento

Riferimenti siti web:

 

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